James Senese allo studio di RicPic

Il 25 maggio uscirà “Aspettanno o Tiempo” di Napoli Centrale, un doppio bellissimo album con registrazioni live effettuate negli ultimi mesi.

Sono 50 anni che James suona e incide, e per la prima volta Napoli Centrale ha un live. Ho avuto la fortuna di essere presente ai concerti che sono stati registrati ed è assolutamente incredibile la facilità con cui questi musicisti suonano. L’intesa è perfetta, James è un leader preciso e generoso, sa che il motore è rodatissimo e lascia spazio a tutti. I brani sono viscerali, c’è trasporto, ci sono le radici del jazz e della musica mediterranea e c’è tanto cuore. La tecnica non fa invidia a nessuno, nemmeno a quei combo americani (per citarne uno la Chick Corea Electric Band) che devono gran parte del loro successo proprio alla tecnica.

Io, da qualche tempo, fotografo James e le mie foto lo rappresentano.

E’ così anche per questo nuovo disco e, come spesso succede, nei momenti prima della promozione, c’è una nuova sessione fotografica da fare. Così James viene allo studio laboratorio dove lo aspetto insieme allo scultore Giuseppe Canone che realizzerà un suo busto.

E’ un James in forma quello che è venuto a trovarmi, disponibile, saggio e come al solito di poche parole ma pesate. E’ venuto da solo, col taxi e con lo strumento.

E’ un uomo di altri tempi, serio e spiritoso, perdutamente innamorato di quello che fa e rispettoso degli altri, in questo caso di me. Le foto le vuole classiche, e credo che sia giusto così; anzi sono proprio d’accordo con lui, in fin dei conti io e James ci conosciamo ormai da qualche anno e ho imparato a conoscerlo bene. Lui è così come lo vedete, è uno dritto, capisci che difficilmente lo puoi ingannare e che è quasi impossibile fargli cambiare opinione. Non recita nessuna parte. Per lui contano la famiglia e la musica, il resto è secondario. E’ un uomo d’altri tempi, di solidi principi.

Comunque si fida di me, le foto che fino ad oggi gli ho scattato gli piacciono molto e quindi in linea di massima accetta i miei suggerimenti.

Scattiamo in pose semplici per iniziare, senza lo strumento. Mi piace lo sfondo rosso, ben contrasta con l’incarnato e con il nero della sua camicia. Decido di lasciarlo per tutta la seduta. In fin dei conti ho un gran numero di foto di James e questo rosso non l’abbiamo mai usato. Anche a lui piace.

Poi gli chiedo di prendere lo strumento per alcune foto col sax.

James lo strumento lo tratta con una cura maniacale, tanto che ci tiene molto ad imbracciarlo così come si deve fare, senza darmi alcuna possibilità di farglielo tenere in pose che avrebbero un maggiore impatto fotografico. Gli domando: “James, metti una mano qui, sul collo subito sotto all’imboccatura” Lui mi risponde come se fossimo ad una lezione di sax: “non si tiene la mano lì, quella è anche una zona delicata…così mi fai una foto come non deve essere” e così comincia a suonare.

Lo incuriosisce il soffitto a volta dello studio, credo volesse capire che acustica c’è.

Finisce la sessione, riguardiamo gli scatti e ci prendiamo un caffè. Siamo soddisfatti.

Chiedo a James se posso fargli un’intervista e si presta di nuovo.

Intervista

James, 50 anni di Napoli Centrale, 50 anni dalla nascita del Neapolitan power. Mi parli di questo “Aspettanno o’ tiempo”, il nuovo disco?

Dopo tanti anni abbiamo scelto una parte del meglio del repertorio di Napoli Centrale. Abbiamo scelto una ventina di brani live e in più abbiamo inserito due nuovi brani in studio inediti e un terzo brano magnifico brasiliano (Manha do Carnaval) con tanto di testo tradotto da me in napoletano (Dint’ O’ Core). Tra i due inediti in studio c’è un brano che mi ha regalato Edoardo Bennato che si chiama “Ll’America”.

James Senese

La formazione del disco è la stessa di “Nero a Metà” di Pino Daniele, correggimi se sbaglio.

La formazione è sempre e comunque quella di Napoli Centrale, tutti i musicisti erano sì nel disco di Pino, ma fanno parte di Napoli Centrale. Sono 25 anni che Gigi De Rienzo, Ernesto Vitolo e Agostino Marangolo sono con Napoli Centrale e sono 30 anni che eravamo tutti con Pino.

Vi ho seguito più volte dal vivo: suonate ancora con una freschezza incredibile e l’intesa è pressoché perfetta. Tra di voi basta uno sguardo, un cenno, una parola.

Ma guarda, il gruppo è come una famiglia. La mia fortuna è essere un musicista a 360 gradi, non so se riesco a spiegarmi. I miei musicisti ritrovano i loro sentimenti, quelli più veri. La mia contentezza è proprio questa, vedere musicisti così quotati che non vogliono più uscire da Napoli Centrale; qui si realizzano, qui riescono appunto ad essere loro stessi. Suonare è come stare in famiglia: è un tutt’uno, non è solamente James, è Napoli Centrale.

Quanto spazio lasciate all’improvvisazione durante un vs. concerto?

Beh, diciamo che sono uno molto esigente. Dipende dal musicista, se vedo che un musicista è pronto per andare, allora io lo faccio andare. In Napoli Centrale c’è molto spazio per la libertà, infatti noi scegliamo i brani più adatti, quelli che hanno un’apertura maggiore. L’80% è musica strumentale però sempre ancorata in quella che è la nostra cultura musicale mediterranea, questa è la fortuna di Napoli Centrale.

In “Ngazzate Nire”, brano più vecchio e che apre questo Aspettanno o’ Tiempo, usi una frase che cito testualmente: … i toscani giovanotti che saranno anche brava gente ma fanno musica fetente”. Poi ti ritrovo ospite di Jovanotti al suo concerto, sei cambiato tu o lui?

E’ cambiato lui, e questo mi ha fatto molto piacere. Adesso questo testo qui trovo molta difficoltà a cantarlo, però lo devo dire perché era un mio pensiero di allora, molto preciso e non posso cambiarlo. Ma lui lo sa benissimo, perché lui allora faceva altra musica, diciamoci la verità. Adesso è diverso, è molto più maturo, insomma un’altra cosa.

Tu hai creato il “Neapolitan power” che ha avuto tantissime derivazioni: tu sei le radici a Napoli, come altri grandi musicisti lo sono in altri generi e in altri luoghi.

Eh, ma bisogna che gli altri lo capiscano definitivamente.

Proprio qualche giorno fa ho letto il termine “NuPolitan Sound” che è attribuito a Liberato e alla nuova scena rap e trap napoletana. Che ne pensi di questi ragazzi?

Io non devo pensarci. Ti dico la verità, a me viene da ridere, perché non è Napoli questa, perché non fanno parte della nostra cultura meridionale. Poi mi fa ridere il fatto che loro cercano una verità, ma la verità noi l’abbiamo già detta e continuiamo a dirla. Loro non fanno nulla di nuovo, è il sistema che funziona così: sono giovani che non sanno dove andare e quando trovano qualcosa che fa audience, si riuniscono dando importanza a qualcosa che in realtà non ne ha.

Tornando alle tue origini, chi sono i tuoi musicisti preferiti, quali le tue influenze, immagino ce ne siano molte anche nel jazz classico?

Sono quei musicisti che dovrebbero avere influenzato tutto il mondo e gli addetti ai lavori lo sanno. Parlo di Miles Davis, di John Coltrane, di Sonny Rollins, di Coleman Hawkins, musicisti che da sessanta anni appunto continuano ad essere il punto di riferimento per i musicisti di tutto il mondo.

 

Quanto suoni ogni giorno?

24 ore su 24, è più forte di me, adesso stiamo parlando ma io sto pensando alla musica, sto pensando a quando rientrerò a casa, nel mio studio a cercare qualcosa. Io cerco sempre, non mi sono mai fermato. Ecco questa forse è la mia fortuna, non ho mai smesso di cercare. Da quando poi ho scoperto la composizione, ho scoperto un mondo che sinceramente non mi aspettavo di trovare.

Se non avessi fatto il musicista, oggi saresti?

Mi piace molto la scienza, mi sarebbe piaciuto molto fare qualcosa dove si esplora. Ecco esplorare. Può darsi che avrei fatto l’astronauta o anche il pittore, insomma avrei scelto qualcosa comunque di non comune, qualche mestiere che nessuno va a cercare.

Riccardo Piccirillo e James Senese
Riccardo Piccirillo e James Senese (ph. Riccardo Alfano)

Non ho timore a dire che James Senese è motivo di orgoglio per Napoli. Che la sua musica è immortale e che è un uomo che tutti, ma proprio tutti, rispettano, senza invidie e gelosie. James è un monumento e ha ancora molto da dare e così come un giorno di più di 30 anni fa un giovane Pino Daniele andò a citofonargli chiedendogli di suonare nei Napoli Centrale, ancora oggi sono in tanti i ragazzi che vorrebbero conoscere quale sia il suo citofono, e meno male!

Napoli, 9 maggio 2018

Fabrizio Poggi, bluesman

Intervista e shooting nel salotto di RicPic

Il blues è musica americana suonata dagli americani principalmente per americani. Sì, ci sono stati gli inglesi che l’hanno importata,modellata e diffusa in Europa, l’hanno trasformata in british rock e l’hanno fatta loro  e ce l’hanno fatta conoscere, ma non nascono bluesmen, cioè non nascono in una piantagione di cotone cantando delle loro sofferenze.  Poi c’è Voghera, una città piuttosto anonima in provincia di Pavia.  E cosa c’entra? Beh, a Voghera nasce e vive Fabrizio Poggi, 20 dischi, 2 libri, decine di collaborazioni e un amore per il blues incondizionato. Fabrizio è oggi il più conosciuto tra i bluesmen italiani negli Stati Uniti. Non solo perché Fabrizio ha appena ricevuto una nomination ai Grammy Awards insieme a Guy Davis per il magnifico disco-tributo a Sonny Terry e Brownie McGhee, ma soprattutto perché tantissimi musicisti di blues hanno voluto dividere il palco con lui e utilizzare la sua armonica. Il motivo non è solo tecnico, cioè, per carità, Fabrizio l’armonica la suona davvero bene, ma è principalmente questione di empatia.

Fabrizio Poggi nel salotto/studio di RicPic

Fabrizio, quando suona il blues, si trasforma, diventa trasparente, si dona e ci fa vedere principalmente tre cose: la meraviglia dei bambini, l’amore per il blues e la gioia di condividere.

Tutto ciò glielo leggi nella gestualità e nei suoi occhi. Fabrizio, come se niente fosse, rimuove qualsiasi barriera e getta la sua anima senza alcun velo al pubblico. Bello guardare il sorriso di Angelina (la sua compagna di vita, manager e angelo custode) che, conoscendo perfettamente la trasformazione di Fabrizio, sembra voler dire: visto il mio uomo di cosa è capace? Lì c’è tutto, c’è tutto quello che una coppia deve avere e tutta l’essenza della musica di Fabrizio.

 

Fabrizio abbraccia una spettatrice durante un assolo allo scorso Campania Blues, luglio 2017

Ora, poiché  siamo in Italia e, per cultura, abbiamo costruito delle barriere tra musica e pubblico, tra musicisti e fruitori e non siamo abituati a ricevere certi doni, non riusciamo a comprendere davvero il blues come musica e come genere. Siamo lontani, troppo, così come credo che nel Mississippi nessuno comprenderebbe Jovanotti, ma quest’è!

Perciò Fabrizio parla una lingua lontana da noi ma ben nota ai bluesmen. Naturale quindi che lo accolgano tra loro e che Fabrizio finisca per ricevere consensi e onorificenze più in terra straniera che in patria.

Qualche mese fa Fabrizio e Angelina sono venuti al mio studio e abbiamo trascorso un weekend napoletano. Oggi ci siamo sentiti e Fabrizio si è raccontato in questa generosa intervista che mi ha rilasciato.

Fabrizio, tra tanti strumenti perché proprio l’armonica?

Credo che sia stata l’armonica a scegliere me. Non è stato il primo strumento che ho cominciato a suonare “seriamente” (anche se un’ armonica in tasca ce l’ho sempre avuta  sin da piccolo). A quattordici anni cominciai a lavorare in fabbrica. Un giorno un amico mi prestò il primo disco dei Santana e qualcosa dei Weather Report. Rimasi folgorato da quei ritmi e così decisi di suonare le percussioni. All’epoca seguivo con interesse anche ciò che facevano a Napoli musicisti come Toni Esposito e Karl Potter. Con i soldi messi da parte del mio misero stipendio di operaio mi comprai un paio di percussioni per poi accorgermi con mia grandissima delusione che nelle cantine e nei garage la musica che andava per la maggiore in quegli anni era l’hard rock e che quindi di me non sapevano che farsene. Potevo al limite suonare il tamburello. Ma l’idea non mi attraeva granché. Vendetti tutto e durante il servizio militare imparai a suonare la chitarra. Fu l’unica cosa che imparai in quello che fu sicuramente un anno buttato via. All’epoca mi piacevano soprattutto i cantautori italiani e quelli americani. Poi un paio di anni dopo scoprii la chitarra jazz e il grande Wes Montgomery e così mi esercitavo appassionatamente tutte le notti per suonare, almeno un po’ come lui. Un brutto incidente in fabbrica mi lesionò la mano destra e dovetti abbandonare la chitarra. Fu un momento di estrema  tristezza. Sembrava che il mondo mi fosse crollato addosso. Un’armonica che avevo in un cassetto e che avevo usato per suonare le canzoni di Bob Dylan e di Neil Young mi venne in soccorso e mi aiutò molto in quel periodo. Non ero un ragazzino, avevo già ventotto anni e lì scoprii quasi senza rendermene conto che l’armonica e il blues erano la lingua più naturale per esprimere ciò che non riuscivo a dire con le parole. E che quindi, come si dice, non ero stato io a scegliere lo strumento, ma lo strumento a scegliere me.

Fabrizio con la sua Honer

Il tuo armonicista preferito?

Cambio sempre. In ogni intervista ne tiro sempre fuori uno nuovo. Non lo faccio apposta. E’ così da sempre. In questo periodo dovrei dire Sonny Terry che è stato davvero di grande influenza sul mio modo di suonare l’armonica. Oppure Paul Butterfield che è stato il primo armonicista che ho visto suonare blues dal vivo (seppure in un film) e quell’esperienza come ho già detto tante volte mi ha cambiato davvero la vita. Chiunque suoni l’armonica diventa il mio armonicista preferito.

Un musicista con cui avresti voluto suonare almeno una volta (non importa se vivo o morto).

Anche in questo caso è difficile dare una risposta netta e precisa. Potrei dire Muddy Waters o Bob Dylan perché entrambi, pur senza saperlo, hanno fatto molto per me. Ma è difficile… Duettare con Son House o Mississippi John Hurt non mi dispiacerebbe. E chissà come suonerebbero i ventinove brani di Robert Johnson se fossi stato in studio con lui il giorno che li ha registrati?

Suoni qualche altro strumento? Quale ti piacerebbe suonare?

Suonare è un termine sempre un po’ impegnativo. Diciamo che strimpello la chitarra, l’ukulele e l’armonetto una specie di organetto che mi sono fatto fare “su misura” e che posso suonare solo io. Certo come ogni musicista in un negozio di strumenti musicali mi sento eccitato come un bimbo a Disneyland e la batteria e le percussioni mi attraggono sempre tantissimo. Un giorno qualcuno mi ha detto che ho un modo di suonare l’armonica piuttosto percussivo. Ora sapete perché.

Mi racconti della tua prima volta sul palco?

Sono passati così tanti anni… ma lo ricordo ancora. Come se fosse ieri. Fu un po’ come cantava Finardi nella sua canzone “L’amore non è nel cuore”. Cito a memoria le parole dell’amico Eugenio: “La prima volta che ho fatto l’amore non è stato un granché divertente, ero teso, ero spaventato, era un momento troppo importante. Da troppo tempo l’aspettavo, e ora che era arrivato non era come nelle canzoni, mi avevano ingannato…” Fu bellissimo e travolgente. Recentemente ho rivisto alcune foto di quella sera. Quanta tenerezza. Non so come suonavamo. E preferirei non venirlo a sapere mai. Ricordo che le ragazze mi ricoprirono di lodi, di baci e di sorrisi… Mi dissi che avrei dovuto farlo ancora. L’amore o la musica? Entrambi.

Fabrizio al Campania blues, luglio 2017

La tua prima volta con uno dei tuoi idoli?

Il tutto è stato faticoso e incredibile ma anche molto naturale. Forse perché è avvenuto poco alla volta, senza bruciare le tappe. E tutto è avvolto tra sogno e realtà come nelle favole. A volte fatico a credere a tutto ciò che mi è successo: Garth Hudson di The Band che a fine sessione mi chiede se sono soddisfatto di ciò che ha suonato altrimenti nessun problema a rifarlo; oppure i Blind Boys of Alabama che mi chiamano brother, fratello… Quello che ricordo sin dall’inizio ovvero dalla metà degli anni Ottanta è che in America (che non è il Paradiso, intendiamoci) ho trovato un ambiente musicale aperto, generoso e solidale e persone piene di entusiasmo, ardore e talento che mi hanno aiutato ad esprimermi al meglio. Da quei musicisti che erano stati i miei eroi e che ora mi trattavano come uno di loro ho imparato tante cose e  non solo a livello musicale. E incredibilmente questo è successo non sul palco ma nel backstage, dietro le quinte. Ascoltando quei musicisti raccontare le loro storie anch’io sono cresciuto. E, ripeto, non solo come musicista ma anche come essere umano. Lì ho capito che ognuno ha la sua storia, che ognuno ha il suo percorso, che la musica ha a che fare con le emozioni e che quindi mal si sposa con la competizione ad ogni costo. Ho imparato ciò che loro apprezzano, e cioè ad essere me stesso, a non cercare di imitare qualcun altro. “Ognuno di noi è diverso Fabrizio. E quindi unico. E tu lo sei”. Questo mi dicevano i miei eroi.  Con tutto il rispetto per le tante persone che mi hanno aiutato anche da noi, negli States mi hanno insegnato qualcosa che non si può davvero insegnare. E cioè a credere in se stessi al punto da riuscire a fare dei propri i limiti e dei propri difetti il proprio stile. Lì ho imparato che per suonare il blues e connettersi con gli altri bisogna essere ricchissimi. Dentro.

Eric Bibb, Fabrizio Poggi e Guy Davis, Liri Blues Festival 2016

Suoni e canti principalmente seduto, perché?

Ho cominciato a suonare seduto perché ero più comodo con l’organetto. Il “tira e molla” del mantice mi sembrava meno complicato. E poi così potevo acchiappare al volo una delle mie armoniche appoggiate su un tavolino. Poi mi sono accordo che lo stare seduto cambiava il mio rapporto con il pubblico. In meglio. Raccontare storie, cantare, suonare mi veniva (e mi viene) più naturale. E poi ho sempre considerato il blues una musica folk, anzi l’unica vera musica folk americana, e non ho mai visto nessuno dei vecchi bluesmen, i miei maestri, suonare in piedi. Ve lo immaginate John Lee Hooker che suona in piedi? E oggi a sessant’anni di cui una buona parte passati in fabbrica, due ore in piedi cominciano a farsi sentire. Ma sono uno dei pochi bluesmen al mondo a riuscire a ballare forsennatamente rimanendo seduto quindi… Il sudore è comunque assicurato. E senza sudore non c’è anima.

Con Guy Davis hai un sodalizio artistico vincente e più che consolidato, avete due album insieme e tantissime date. Avete già nuovi progetti?

Siamo ancora talmente in corsa con il progetto dedicato a Sonny Terry e Brownie McGhee da non avere il tempo materiale per riuscire nemmeno a pensare a nuovi progetti…

Grammy Awards: com’è mettere lo smoking e sedersi tra i nominati?

Naturalmente io non ho messo lo smoking. Il vestito elegante d’ordinanza per i bluesmen è uno e uno solo: quello dei Blues Brothers. Loro l’hanno definito qualche anno fa e non c’è motivo di cambiare. Io ho solo sostituito la cravatta nera con il farfallino. A parte gli scherzi essere seduti lì è emozionante. E come tutte le emozioni anche queste sono difficili da spiegare a parole. Sono ancora confuso e frastornato. Ancora non me ne rendo conto. E’ come se fossi appena sceso da un ottovolante. I Grammys in America sono davvero un evento gigantesco e al di là di tutte le polemiche sul business, sul glamour, il circo mediatico delle grandi star, e le prevedibili  polemiche su chi avrebbe meritato di vincere e chi no, la manifestazione è davvero e soprattutto una grande festa della musica. Di tutta la musica, in ogni suo genere e espressione. Certo se non si è una grande star le luci del Madison Square Garden e il tappeto rosso su cui si cammina e dove sei quasi assalito da  fotografi e troupe televisive può far davvero girare la testa. Io davvero, (e scusate se mi ripeto) non mi sono ancora ripreso. O perlomeno non l’ho ancora realizzato. Ero così emozionato che ad un certo punto sul red carpet per calmarmi mi sono messo a suonare l’armonica. Comunque in uno stadio blindatissimo da polizia in assetto di guerra e monumentali guardie del corpo delle grandi star che apparivano e sparivano come fossero creature evanescenti, i “lavoratori della musica” quelli “veri”, “quelli come noi” erano tutti stretti in un grande abbraccio.

Ora c’è anche la nomination dei Blues Award, riparti per gli States?

Si, agli inizi di maggio sarò di nuovo negli States. Guy Davis ed io siamo candidati ai Blues Awards per il miglior disco dell’anno per la seconda volta. Wow! E Guy è anche candidato anche come miglior artista acustico dell’anno. Sarà anche questa, come lo sono stati i Grammys,  un’ occasione unica per celebrare in maniera più specifica la musica che ci ha rubato il cuore e un’ opportunità per rivedere tanti amici. Al di là della cerimonia ufficiale il bello di questi eventi è l’atmosfera di assoluta fratellanza musicale. Una cosa che mi commuove sempre. Forse perché vengo da molto lontano. In tutti i sensi. E poi nascono queste jam sessions improvvisate tra grandi musicisti che non vedi da nessuna altra parte . Ed è sempre bello e gratificante trovarsi a suonare accanto a qualcuno che fino a ieri era soltanto un eroe, uno che ammiravi da lontano, e che ora è diventato un importante compagno di avventure. A volte un amico dentro un sogno che continua.

Angelina è la tua forza, lei ti sostiene ed accompagna sempre, in tutte le tue avventure. C’è qualcosa che vorresti fare tu per lei?

Credo che Angelina sia una persona estremamente generosa. Una di quelle persone che amano donare agli altri senza chiedere nulla in cambio. Il nostro rapporto è uno scambio continuo. Il lavoro di uno inizia dove finisce quello dell’altro. Senza limiti o confini di alcun tipo. Sempre con tanto rispetto. Quando ho conosciuto Angelina, tantissimi anni fa, lei non sapeva volare. Non c’aveva nemmeno forse mai provato. Ora è la persona con le ali più grandi che io conosca. Penso che il restare sé stessi con coraggio e coerenza e nel contempo donare la propria vita alla persona con cui si percorre l’esistenza sia tra le cose più belle che un uomo o una donna possano fare per i loro compagni di vita. E’ una cosa difficile e bisogna lavorarci sopra. Ma l’amore è questo. Nulla di meno e nulla di più. Ogni giorno ci regaliamo un giorno in più del nostro viaggio insieme. A lei qualche anno fa ho scritto e dedicato una canzone che credo sia ancora attuale e che la dice lunga sulla nostra storia. Angelina è la persona che auguro a tutti di incontrare nella vita. Auguro a tutti di incontrare un’ Angelina o un Angelino che, come canto nella canzone, quando vi perderete nella vostra vita, e a volte capita, vi riporta  a casa, come sempre.

Angelina mi ha aiutato a venire fuori da un buco nero in cui ero caduto qualche anno fa e  mi è sempre stata vicino nei miei progetti. L’idea del disco che mi ha portato ai Grammys è tutta sua. D’altronde chi conosce un po’ la mia storia sa che molte cose che mi sono accadute in questi anni non sarebbero successe senza il “magico” intervento di Angelina. E’ una canzone per tutti coloro che ci sostengono nei momenti difficili e ci aiutano a realizzare i nostri sogni. E io so che sono tanti. Ne sono sicuro.

E so anche che c’è un Angelina o un Angelino per ciascuno di noi.

Io sono stato fortunato. Io l’ho trovata la mia Angelina. My little Angel.

Fabrizio ed Angelina

Se potessi ricominciare daccapo, cosa cambieresti?

Nulla. Anche se più passa il tempo e più mi rendo conto di essere probabilmente nato nel posto sbagliato. O forse no… Forse sono diventato quello che sono proprio perché sono nato qui. Nel posto sbagliato.

Mi consigli un disco di blues e uno non di blues?

Domanda difficile visto che non sono così aggiornato sulle ultime uscite. “Folk singer”di Muddy Waters e “Freewheelin” di Bob Dylan sono dischi che consiglio da sempre perché raccolgono, almeno in parte, molta dell’essenza della musica Americana degli ultimi cent’anni. E’ più o meno da lì che sono partito anch’io.

Fabrizio Poggi al Campania Blues

 Sei stato qui a Napoli e nel mio studio/salotto, impressioni?

A Napoli ho visto il blues camminare nei vicoli, ballare sui marciapiedi e nascondersi dentro ai portoni. E poi ho avuto nella tua persona un Virgilio davvero speciale che mi ha fatto vedere l’altra Napoli, quella che spesso non balza agli onori della cronaca perché forse è troppo bella e farebbe sfigurare altri luoghi. Credo che Napoli sia vittima di troppi stereotipi ma che sia una città vivissima sotto il punto di vista culturale. Molto più di  altre città di cui magari si parla maggiormente. Il tuo studio/salotto ha odore di casa, profuma d’arte, familiarità e poesia. E si fa apprezzare ancora di più anche per la dolce, colta e garbata presenza di Valeria preziosissima e affascinante padrona di casa.

E come dice sempre Fabrizio: Chi non ama il blues ha un buco nell’anima”

Bisca SDS 1984 – genesi e storia del primo disco dei Bisca

BISCA 1984 SDS

Da ragazzo tutte le domeniche andavo al Velvet o al Notting Hill (club napoletani dove si faceva musica dal vivo) ad ascoltare i Bisca. Erano i primi anni ’90, quelli che da “Il Topo” portavano a “La Bomba Intelligente”.

Sono cresciuto con quei suoni, era la seconda vita dei Bisca, quelli che da lì a poco avrebbero avviato un fortunato sodalizio con i 99 Posse raggiungendo un vastissimo pubblico.

I Bisca suonavano in quartetto una musica difficilissima da etichettare, principalmente funky con elementi di jazz, punk e rock. I testi erano quasi tutti dei tormentoni, delle filastrocche spesso scostumate che a volte mutavano proprio grazie all’interazione col pubblico. Sergio “Serio” Maglietta ed Elio “100 grammi” Manzo una coppia stranissima.

Elio e Sergio

Sergio, sassofonista dal fraseggio colto e di derivazione decisamente jazzistica ha un’aria intellettuale, capelli corti e idee chiare. Elio, invece, si muoveva come un serpente insieme alla sua Stratocaster con una padronanza paurosa delle ritmiche tipiche del funk ma adattandole al punk e al rock. Poi, come dice il suo soprannome, è magrissimo e senza un capello, sembra uscito da una bettola di qualche paese arabo, lo vedrei anche in un film di 007 per un ruolo da criminale. Insieme sono perfetti, una macchina da funk, sudore e rock’n’roll.

Io sono sempre stato un fan dei Bisca, innanzitutto perché sono sempre stati fuori, non con la testa, ma fuori da logiche di mercato, da etichette, da qualsiasi moda e poi ancora perché sono straordinariamente e insospettabilmente colti: nella loro musica c’è di tutto.

A Maggio 2016 incontro Sergio Maglietta e Elio Manzo, i due leader dei Bisca, nella casa/studio di Elio e loro mi cominciamo a parlare dei loro esordi, delle scomparse di Bruno Esposito (il primo batterista) e di Dario Jacobelli (poeta, autore di molti testi, il sesto Bisca, quello che non appariva mai nelle foto ufficiali ma che era da sempre con loro).

Sergio "Serio" Maglietta
Sergio “Serio” Maglietta
Elio “100 gr.” Manzo

Poi mi parlavano anche degli altri due Bisca: di Giancarlo Coretti (chitarra e voce nonché fondatore dei Bisca) e di Amedeo Fogliano, (il bassista). Giancarlo e Amedeo hanno lasciato la musica.

Giancarlo Coretti
Amedeo Fogliano

 

A Luglio 2016 Giancarlo torna a Napoli e, anche se per un solo giorno, riescono a riunirsi e mi ritrovo al mio studio fotografico i primi Bisca, quelli degli esordi. Quella formazione non suonerà mai più una nota insieme perché proprio poco tempo fa è scomparso anche Giancarlo Coretti. La loro ultima volta è stata proprio davanti al mio obiettivo. Posso dire con orgoglio che sono stato la scusa per farli riunire, circa 30 anni dopo.

Bisca 2016

Quello fu un pomeriggio bellissimo, non fu un pomeriggio celebrativo o nostalgico come succede in quelle occasioni in cui si ritrovano vecchi compagni di classe e si parla solo del passato, ma fu un pomeriggio dove si parlava di progetti, un pomeriggio creativo.

I Bisca nel 1984 – ph. Marina Arlotta
Bisca 2016 – ph. Riccardo Piccirillo

 

Invito chi vuole davvero comprendere che aria tirava nel 1984, quando i Bisca registrarono SDS a leggere “Terremoti”, il primo romanzo di Sergio Maglietta (proprio il cantante sassofonista) che racconta in forma romanzata la Napoli punk dei primi anni 80.

Così, oggi, dopo la scomparsa di Giancarlo, ho voluto capirne di più e mi è venuta una gran voglia di parlare dei Bisca. Del loro esordio, del loro passato e in qualche modo rendere onore e giustizia ad una band che, molto probabilmente, se non fosse nata in un paese dove il rock è musica per pochi, sarebbe un riferimento e il loro primo disco, SDS 1984 BISCA, una pietra miliare. Non tanto per la qualità artistica (indubbiamente alta) ma per il coraggio di proporre musica diversa, nuova. Ma, si badi bene, non fu una scelta ponderata quella del nuovo, ma fu conseguenza dell’incontro di questi ragazzi, del loro modo di essere e di fare musica.

Giancarlo Coretti di ritorno dalla sua esperienza londinese torna con i dischi di Blurt, trio inglese sax chitarra e batteria e James Chance & the Contortions, la cosiddetta “no wave”… lo ska che era il genere che i 5 avevano scelto di suonare  viene subito abbandonato e ne viene fuori una musica diversa, nuova, che prendeva proprio spunto da quelle band inglesi.

Ho chiesto a Sergio Maglietta di raccontarmi qualcosa sulla genesi di quel disco ed ecco cosa mi ha raccontato:

SDS 1984 … che cazzo di questione ci stavamo pigliando!

Eravamo degli spiriti inquieti. Su questo non ci piove.

E a sentirlo per bene questo vinile restituisce parecchie delle suggestioni che ci rapivano. Prima di tutto il suono;  così insolito, così incapace, cosi artigianalmente sperimentale.

Il disco, da questo punto di vista, è un documento analogico che contiene già in sé i segni del suo tramonto, del suo declino. Dell’analogico intendo.

Noi lo volevamo più o meno così.

Nel senso che facemmo di tutto per produrre, anche sonicamente, quella frattura che caratterizzava la nostra musica e il nostro approccio ad essa. E lo facevamo in un periodo in cui la semplice idea di avere qualcosa da dire sul suono registrato (in Italia) era, più che una bestemmia, semplicemente inconcepibile.  Ricordo la disponibilità di Ninni Pascale (ingegnere del suono  dello studio di registrazione il Parco dove il disco SDS fu registrato) ad assecondare quei tentativi, tra il maldestro e il geniale, di produrre una cosa che suonasse assolutamente BISCA. Ci inventammo di tutto, ad esempio il colpo sul timpano con un piatto schiaffato sopra che faceva tanto effetto industrial . O la chitarra accordata a cazzo di cane “flapposa” per produrre effetti noise da spruzzare qui e là nel missaggio. Oppure il pianoforte “stranito” ripreso con un microfono ad improbabile distanza per restituire un suono spettrale da sottoscala post atomico. E i carillon dei  giocattoli dei bambini, o l’abbaiare del cane di Bruno,  inseriti ritmicamente nei pezzi con procedure materialissime di editing manuale del  nastro magnetico . Il campionatore non era ancora neanche stato ipotizzato. E in tutto questo splendore di  analogicità e chitarre e strumenti suonati  ecco tutto ad un tratto prorompere in scena nel suo goffo splendore una batteria elettronica, quelle di primissima generazione. In contrasto più che stridente con l’atmosfera punk delle nostre ipercinetiche composizioni. Beh oggi questo non  stranisce più di tanto ma vi garantisco che lo spiazzamento, prodotto dall’accostamento di mondi così distanti, era notevolissimo. Sonorità proto elettroniche mischiate alla ruvidezza delle chitarre distorte centrifugate con atmosfere jazz fumose da sassofono allo sbando. Echi dub come note  di un chitarrista reggae che si è sperso nei vicoli della ferrovia a Napoli . E riff, e feroci pedali di basso. Le cose erano  esattamente dove non ti aspettavi che fossero, e il bello è che erano state messe a posta lì.

Che cazzo di questione ci stavamo pigliando !

Sergio “Serio” Maglietta

Mentre ad Elio ho chiesto di parlarmi del vinile. In effetti, è un disco curatissimo, non solo come suoni, ma è un vero e proprio pezzo di arte analogica.

Ecco cosa ha raccontato:

L’artwork della copertina di SDS 1984 Bisca fu un idea di Sergio, così come il testo del brano che diede nome al disco e che era ed è ancora oggi una sorta di manifesto della nostra idea di fare musica…
Apparato di distruzione semiotica / distruggi la gabbia / segni precostituiti come cibi precotti.

Ricordo che non fu semplice la realizzazione, in quanto innanzitutto il materiale di cui era fatta, cioè il cartone ondulato
non poteva essere lavorato dalle macchine quindi le copertine furono incollate manualmente.


Ci vennero consegnate senza grafica, in modo che noi potessimo scriverci il titolo e quel segno grafico sul retro.


Questa operazione fu fatta a casa di Sergio e più precisamente nella sua camera e furono utilizzati pennelli e pittura nera.
Partecipammo più o meno tutti, a turno, e fu molto difficile perché la prima stampa era di 1000 copie che dopo essere state dipinte dovevano stare un po ad asciugare e quindi la stanza di Sergio rimase per un paio di giorni tappezzata di copertine e puzzolente di pittura.

Da un’altra parte sempre noi tutti alternandoci piegammo mille fogli con le info e i testi del disco a forma di aeroplanino.

Finita tutta questa operazione le copertine furono riconsegnate allo stampatore per poter inserire il vinile e il foglio piegato all’interno e incellofanare il tutto.
Ovviamente tutto ciò fu solo per la prima stampa di 1000 copie, per le successive fu stampato un piccolo foglietto con il titolo poi
inserito stesso dallo stampatore.

Effettivamente avere tra le mani una di queste copie è magnifico, toccandolo si vede quanta cura e quanta creatività abbiano messo i Bisca nel confezionare (e mai termine fu più appropriato) un piccolo gioiello analogico.

Elio racconta anche qualcosa sulle registrazioni e sul processo creativo:

Il disco fu registrato allo studio il Parco e ricordo che fu spesso utilizzato il cesso per le riprese, in particolare del sax, che lì dentro aveva un suono bellissimo.

I testi che avevano più una forma canzone li scriveva Giancarlo, mentre quelli più “primordi rap” erano di Sergio, ma anche io e Bruno raramente ci cimentavamo nella scrittura….e ovviamente Dario (Jacobelli), anche se certamente qualsiasi idea era elaborata e “frullata” insieme….da tutti, come un vero gruppo anche perché cantavamo tutti, almeno in quei cori così caratterizzanti della nostra prima produzione.
Dario Jacobelli, scomparso nel 2013, è stato sempre con i Bisca, ma non ha mai fatto parte ufficialmente della formazione, era sicuramente uno dei fondatori.
Ancora Elio:

Non ricordo se in 1984 Dario facesse ancora parte del gruppo come musicista, ad ogni modo lui è sempre stato uno dei Bisca. All’inizio era il percussionista poi non più, in seguito paroliere insieme a Sergio. In ogni caso è capitato più volte che salisse sul palco a cantare o recitare qualche sua nuova scrittura.

 

Di seguito voglio raccontarvi, brano per brano, proprio tutto il disco e, se proprio non riuscite a procuravi il vinile (anche se non è la stessa cosa) vi invito ad ascoltare qualcosa direttamente sul sito dei Bisca  a questo link:

http://www.bisca.it/discoteca_album.php/a/18/SDS_1984.html

o ad acquistare il doppio cd “Collezione 1982 – 1984” uscito nel 2015 che contiene interamente SDS, l’EP degli esordi e un live inedito.

Collezione 1982 1984

SDS 1984 Bisca – Brano per Brano

 

Pianterreno – 00:47

Voci confuse, in dialetto siculo, napoletano e in italiano che si possono ascoltare al pianterreno di un condominio si intrecciano e fanno da prologo alla maleducata e ipnotica sbobba di funk punk jazz rock no-wave

Dr. Jekyll – 03:30

Il sax di Serio vomita un nervoso riff di derivazione coltraniana su base funk con tanto di basso slap a cui rispondono in controtempo chitarre e urla. Il solo è di Serio ed è fatto di licks a cui risponde Elio con riff chitarristici. Poi ci sarebbe anche il testo: “Dr Jekyll e Mr. Hide sono solo vecchi amici che si guardano le spalle”

Le voci bianche sono di Filippo figlio di Dario e di Giulia, nipote di Giancarlo Coretti.

Chi è stato – 03:58

Una linea di basso ipnotica più un riff jazz rock suonato dal sax introducono un ritmo ska – pop che naturalmente si svela: è una scusa per sperimentare riff, licks, power chords e una voce che si chiede “chi è stato?”

Wolfman – 01:50

Anche i Bisca hanno un supereroe, è Wolfman. Cosa fa? Naturalmente abbaia e questa è la sua sigla. Scimmiotta quella notissima di Batman. Siamo in un trash-wave-pop-comic. John Zorn nel 1989 uscì con Naked City, potrebbe tranquillamente essere dentro quel disco.  La voce di Wolfman è di Gelsomina, l’inseparabile volpino bianco di Bruno Esposito.

Prendi quella gente – 02:07

Il funk lascia spazio al punk, tiratissimo up-tempo nervoso ed energico, ideale per pogo e sudore. 2 minuti di puro Bisca delirio

SDS – 05:36

La title track, jazz rock con la linea di basso che da sola è un riff, con il sax di Serio che svela quanta cultura ci sia dietro quelle svisate. Ognuno contribuisce in SDS al risultato finale. Il testo è ermetico e ipnotico, anche il testo in fin dei conti è un riff. SDS è un apparato di distruzione semiotica  Semiotic Destroy System

Collezione Primavera Estate – 03:16

Non sense, come il testo in napoletano, per un brano dove diminuiscono i bmp e dove Sergio suona in stile free jazz

Happiness Violence – 02:38

Punk, il brano più punk del disco fino all’ingresso del sax che lo rende improvvisamente melodico, quasi pop. La violenza si fa felice.

English Way – 03:35

Lo stile inglese di vita non è importante. Nemmeno quello italiano. Una filastrocca ipnotica cantata in inglese inacidita da accordi di chitarra funk. Poi entra il sax, stavolta quasi mediterraneo, a rendere il tutto melodico mentre la chitarra disegna un riff che ricorda una sigletta di certi videogames da bar dei primi anni 80. Tutto per i primi due minuti, finchè non cambia il tempo e il tutto diventa arrabbiato, trash punk, le voci urlano, Why/ did you say why

Mix – 05:15

Un tessuto ritmico mid-tempo con basso slap su cui si inseriscono i Bisca ognuno con la propria personalità. Il brano respira fin quando il parlato ipnotico racconta di una sporca eroina e introduce alchimie elettro-pop, il testo diventa in inglese, ci sono percussioni e dissonanze. E’ un trip sonoro dove Serio e il suo sax usano idiomi jazz.

Buster Keaton 02:02

Si ritorna al punk, post punk e alle insane armonie. Uno strampalato omaggio a Buster Keaton

Monk – 03:06

Il brano più rappresentativo dell’intero disco. Dedicato a Thelonious Monk, fonte di ispirazione dichiarata dei Bisca che prima di diventare Bisca hanno suonato jazz improbabile nella Inutil Jazz Band. C’è anche tanta padronanza tecnica, e qui forse è anche più evidente, in fin dei conti è un ritratto sgangherato di un grande jazzista che aveva una tecnica sopraffina. C’è anche la voce di Voco Fauxpas, fonico conosciuto durante le prime tournée in Svizzera, che poi sarà il produttore artistico di Bisca fino al 1988.

ABC – 03:53

Atmosfera da noir poliziesco e ritmo in levare con un sax che fa la melodia. E’ un mid-tempo notturno e sornione. Quasi uno swing. La degna conclusione di un disco inconsapevolmente geniale, unico e folle.

In memoria di Giancarlo Coretti, scomparso poco tempo fa. Senza di lui probabilmente non ci sarebbero i Bisca, i loro dischi e anche questo articolo.

The original Blue Stuff

Blue Stuff – live report

Presente quando non vai da tanti anni in bicicletta e ci rimonti sopra? Non te lo dimentichi e dopo qualche pedalata cominci a prenderci davvero gusto, riscopri la gioia di pedalare e ti senti padrone della bicicletta e provi davvero piacere a farlo. Ecco, i Blue Stuff originali si sono riuniti dopo almeno 20 anni e hanno riproposto la loro musica con l’entusiasmo e la facilità con cui un ciclista esperto rimonta in sella dopo anni che non pedala. Sono bastati pochi minuti durante il soundcheck per ritrovare quella facilità di dialogo, quell’intesa e quella padronanza dei propri mezzi.

Il suono si fa subito compatto e maturo, le chitarre si trovano a meraviglia, il pianoforte fa da collante tra sezione ritmica e strumenti solisti; basso e batteria rappresentano una delle migliori sezioni ritmiche che si possano sentire oggi tra le blues band nostrane.

Per intenderci il sound è quello delle grandi blues band bianche di fine anni 60 e 70, Canned Heat, Creedence Clearwater Revival, The Blues Band, Crowbar, Downchild Blues Band, Paul Butterfield Blues Band… etc. etc. Il suono è colto e loro sono una macchina da “boogie e shuffle”.

Poi, hanno utilizzato quei suoni e quei ritmi scrivendo versi in dialetto napoletano. Ecco allora che Afragola diventa New Orleans e il fiume Lagno il Mississippi, Frankie and Johnny Gennaro e Pasquale e via dicendo.

Il blues dei Blue Stuff è così alla portata di tutti, i loro ritornelli sono cantati dal pubblico e nelle storie raccontate spesso ci si ritrova. In questa maniera i Blue Stuff hanno anche il merito di avvicinare al blues anche chi non lo conosce e molti giovanissimi.

The original Blue Stuff sono Mario Insenga (voce e batteria) Guido Migliaro (voce, chitarra e armonica) Enzo Caponetto (voce e chitarra) Renato Federico (piano) e Mino Berlano (basso) e questa è la formazione originale.

A dire il vero negli anni i bassisti si sono alternati e Gennaro Pasquariello è quello che vanta il maggior numero di presenze, ma comunque Mino Berlano ha suonato con i Blue Stuff per molto tempo e si sente.

L’occasione di riascoltarli insieme è al Teatro Bolivar di Napoli dove si è riunita proprio la formazione originale, quella del 1982, quella da centinaia di concerti l’anno, che ha suonato al Montreaux Jazz Festival, quella invitata al festival di New Orleans, quella che Edoardo Bennato scelse per accompagnare il suo alter ego Joe Sarnataro: insomma una delle migliori (se non la migliore) espressione di blues elettrico che Napoli abbia espresso negli ultimi 30 anni.

Il concerto è bello, i Blue Stuff è come se non avessero mai smesso di suonare insieme e l’esperienza maturata in questi anni di separazione li rende ancora più padroni dei loro mezzi, si possono davvero permettere di suonare brani di altri come, se non meglio di, tante band americane o inglesi famose. Inoltre sembrano avere ritrovato la gioia di farlo insieme, si divertono, le chitarre si inseguono, si alternano le voci, ognuno ha il giusto spazio e per un’ora abbondante ascoltiamo le canzoni che i Blue Stuff amano.

E così, per più di un’ora nessuna concessione ai brani in napoletano che li hanno resi famosi, ma tante versioni di brani blues più o meno noti come My Crime dei Canned Heat cantata da Mario, Boom Boom di John Lee Hooker cantata da Guido, Folsom Prison Blues di Johnny Cash cantata da Enzo. I momenti migliori del concerto sono una caldissima versione di It’ll be me, brano reso famoso da Jerry Lee Lewis, trasformata con uno splendido arrangiamento in una ballad lenta per sola chitarra ed armonica, una energica versione di Today I started lovin’ you again di Merle Haggard riarrangiata in chiave shuffle come avevano già fatto Bobby Blue Bland e Junior Wells, ma con grande personalità.

Proprio questa scelta di suonare dei classici dimostra quanta sia la voglia dei Blue Stuff di suonare insieme, di confrontarsi sui brani che li hanno formati e che amano. Insomma nessuna concessione ad una facile autocelebrazione, nessuna routine o operazione commerciale. E’ proprio questa la forza del concerto, e loro sono ancora più bravi che in passato, quando vogliono suonare gli standard riescono a farli loro, con arrangiamenti intelligenti.

C’è spazio per tutti, le voci si alternano, Renato al pianoforte è davvero un bravissimo solista e fa da collante su tutti i brani. Loro si conoscono a memoria, non c’è alcun bisogno che si guardino o si parlino, ci sono 35 anni di esperienza in ogni nota e tutti sanno perfettamente quando entrare e quando farsi da parte.

Mi ripeto: ma è davvero raro un sound così compatto, così colto e così rispettoso dei canoni blues come quello degli original Blue Stuff.

La prima parte del concerto è proprio una piccola lezione di blues elettrico con i protagonisti che si divertono e si trovano a meraviglia. La reunion non è un’operazione commerciale, ma l’occasione per suonare insieme e vi assicuro che si sente.

Poi, viene anche la volta dell’autocelebrazione e il concerto prende un’altra piega. Sì perché il pubblico vuole sentire i brani che li hanno resi famosi e i Blue Stuff propongono i loro blues in napoletano. Qui si sente maggiormente l’esperienza e il pubblico risponde. Mario Insenga approfitta per invitare alcuni amici/ospiti che salgono sul palco e il concerto diventa una festa.

I ragazzi di Secondigliano (che li seguono da sempre), ballano con Mario e rispondono ai cori, Gianpaolo Feola prende il posto di Mario alla batteria, Tommaso Bruno canta un brano con Mario e Giancarlo Bobbio diventa bassista.

E’ il momento di “E’ asciuto pazzo o’ padrone”,  “sotto o’ viale Augusto che ce sta” e “Fuje Pascalì”. Il teatro Bolivar diventa come una birreria, il pubblico si alza in piedi, balla e canta divertito e d’improvviso ritorniamo a 20 anni fa, quando le serate dei Blue Stuff erano l’occasione per ritrovare gli amici e bere una birra.

Lurrie Bell

Lurrie Bell, bluesman

La storia di Lurrie Bell è una storia di blues.

Triste, dolorosa, vera, fatta di declino e resurrezione.
Una storia che leggi negli occhi dello stesso Lurrie, che ascolti nella sua musica e nel suo modo di porsi, che ancora una volta dimostra quanto non si possa slegare la musica dagli accadimenti della vita. Il blues di Lurrie Bell è la voce della sua dignità e del suo riscatto da un passato terribile, pieno di sofferenze e difficoltà.

Lurrie Bell, classe ’58 è un chitarrista e cantante di Chicago.
Figlio del noto armonicista e cantante Carey nasce e cresce in una famiglia di musicisti. Anche i fratelli suonano il blues e la famiglia Bell contribuisce a portare il Chicago blues in giro per il mondo.

Il giovane Lurrie si forma ascoltando nei clubs i chitarristi che hanno fatto la storia del blues e con papà Carey muove i primi passi da chitarrista.

Lurrie è un talento straordinario, ha grandi doti tecniche e giovanissimo già suona con moltissimi dei suoi idoli.

Insomma, tutto lascia pensare che Chicago aveva una nuova stella, un degno erede di Robert Jr. Lockwood, di Luther Tucker, di Magic Sam e di Eddie Taylor.
Ma Lurrie ha problemi mentali: agli inizi degli anni 80 gli fu diagnosticata la schizofrenia, lo stesso Lurrie definiva quel periodo quello dei “dark days”. “Ero confuso su cosa fare, non sapevo dove fossero i miei amici, non sapevo che ruolo potessi avere nella società”.
Così Lurrie perde la sua chitarra, le sue cose e comincia a vivere come un “homeless”, gli rimane solo un armonica a bocca e la sua passione per il blues. Infatti, nonostante le sue condizioni, continuava a girare per i blues club di Chicago la notte e si fermava ai piedi del palco a suonare l’armonica, nella speranza che i musicisti lo notassero e lo chiamassero in jam con loro, cosa che non avveniva.

Fortunatamente riusciva a farsi prestare qualche chitarra e a suonare, durante il giorno, nel mercato di Maxwell Street, dove probabilmente dormiva la notte.

In quegli anni difficili, Lurrie ebbe un coraggio ed una forza incredibili, riuscì a sopravvivere solo grazie al blues: le sue esibizioni erano in strada ed estemporanee.

Agli inizi degli anni ’90 la salvezza arrivò da una fotografa, Susan Greenberg, che si innamorò di lui e lo sposò.

La Greenberg fece in modo che Lurrie avesse le migliori cure e potesse dedicarsi alla musica con una maggiore serenità e consapevolezza. Ecco che Lurrie Bell ricomincia a calcare palchi importante diventando un musicista di fama internazionale, le sue capacità vengono riconosciute e la Delmark lo mette sotto contratto. Nel 1995 esce il suo primo disco, “Mercurial Son”, autentico capolavoro di Chicago Blues.

Ma la sfortuna e i giorni bui sono di nuovo alle porte.

A seguito di un parto prematuro, Susan e Lurrie perdono due gemelli, poi dopo qualche anno, la stessa Susan muore per un cancro e qualche giorno dopo lo segue anche il papà Carey.

Lurrie è di nuovo solo, di nuovo preda dei fantasmi che lo accompagnavano 15 anni prima.

Nel 2007 Lurrie raccoglie le forze e capisce che l’unica via di salvezza è la musica. E’ come se tutte queste disgrazie lo avessero svegliato per la seconda volta. “Mi ha fatto profondamente male perdere I miei figli, mia moglie e mio padre uno dopo l’altro. Durissimo farci i conti, ma nello stesso tempo è suonata la sveglia. Ho imparato a fare al meglio qualunque cosa facessi. Così mi sono concentrato sulla musica”
E Bell incide “Let’s talk about love”, un disco dedicato interamente all’amore e ricomincia a girare il mondo in tour.

Oggi Lurrie Bell è uno dei principali esponenti del Chicago Blues e i riconoscimenti arrivano ovunque.

Ho raggiunto Massimo Piccioni, suo promoter italiano che la scorsa estate lo ha accompagnato per 15 date in Ungheria, Svizzera, Slovenia, Spagna e Italia.

Ecco cosa mi dice Massimo:

“Lurrie Bell è una vera leggenda vivente del Chicago Blues!
Un personaggio apparentemente burbero ma in realtà molto piacevole. Suscita tenerezza, si capisce che ne ha passate di cotte e di crude. Vive fondamentalmente solo di Blues!
E’ una persona dalla grande sensibilità e nel primo tour del 2011 dava la sensazione di vivere in un mondo tutto suo…ma nell’ultimo tour l’ho visto molto più tranquillo e soprattutto molto in forma!”

Ho incontrato questo straordinario uomo l’estate scorsa a Salerno, al Campania Blues Festival, proprio insieme a Massimo. Non conoscevo la sua vita, ma la sua musica. Sono sempre stato un fan del Chicago blues elettrico e posseggo i dischi di Lurrie.

Arrivo al soundcheck e lo trovo seduto su una sedia, lontano dai suoi musicisti, silenzioso.

Ha un’armonica a bocca in una mano e una sigaretta nell’altra e mi guarda dritto negli occhi, quasi minaccioso.

Ma i suoi occhi non sono comuni, c’è qualcosa in lui che affascina, che lascia perplesso.

Lurrie non dice nulla, gli parlo e gli dico che sono un suo fan, ma non capisco se mi ascolta mentre gli parlo; è lì, fermo, pieno di cicatrici e di ferite invisibili che i suoi occhi svelano.

Gli chiedo se posso scattargli un ritratto, Lurrie tace, non dice nulla e continua a guardarmi diretto negli occhi. Glielo ripeto, lui annuisce. Gli chiedo dove vuole farlo… e lui: ora, qui!

Così inizio a scattare e solo dopo 5/6 minuti e alcune insistenze, finalmente sorride… accenna ad una smorfia.

Lo ringrazio molto, lo saluto e lui non mi dice nulla, prende la sua armonica a bocca e comincia a suonare, dalla sigaretta all’armonica, ha sempre qualcosa che lo distrae.

Non sapevo nulla di Lurrie, ma avevo capito che c’era qualcosa che lo affliggeva, qualcosa da cui non può scappare, tranne quando sale sul palco, imbraccia la chitarra e riversa emozioni e blues.

Lurrie è autentico, Lurrie  è il blues!

Maldestro – I muri di Berlino live

Maldestro – I muri di Berlino live

Napoli, Teatro Bellini 26 Aprile 2017

Sono sicuro che Maldestro questo momento lo aspettava da tanto: fare ascoltare alla sua gente e al suo pubblico la sua musica, raccontarsi e fermarsi anche se solo per una serata a raccogliere i frutti del seminato.

E, se il teatro avesse una pista, Maldestro a fine concerto farebbe il giro di campo come il capitano di una squadra che ha appena vinto una Coppa per ringraziare le persone che gli hanno permesso di crescere e che ora sono lì, sono il suo pubblico che con rispetto, affetto e soddisfazione lo ascoltano. Maldestro si è formato anche grazie a loro, prendendo da molte di queste persone.

E’ quindi un Maldestro felice quello che sale sul palco del Teatro Bellini di Napoli, un Maldestro che davvero non ha muri dentro, almeno per una serata.

Sono proprio “I muri di Berlino” quelli che ci racconta, non sono mai direttamente citati in nessuna canzone, ma rappresentano il filo conduttore dell’intero concerto.

“Ognuno di noi ha un piccolo Trump dentro di sé che, mattoncino dopo mattoncino, costruisce dei muri che ci allontanano dalla nostra essenza” spiega Maldestro. Lui ha riconosciuto ed abbattuto questi muri fin da piccolo, essendo cresciuto in un ambiente duro che lo ha costretto già da bambino a fare i conti con le difficoltà della vita. La sua ancora di salvataggio sono stati alcuni amici, un professore di scuola che lo ha compreso fin da subito, Ivano Fossati e il teatro. Maldestro a 12 anni ascoltava Fossati, come dice stesso lui: “roba da analista”.

Il teatro è pieno, il pubblico è vario, ci sono tutte le fasce d’età, sintomo che Maldestro arriva ovunque e c’è anche il Sindaco De Magistris così come tanti amici musicisti.

Lo accompagna una band di 4 elementi, capitanata da un eclettico Maurizio Filardo, raffinato arrangiatore, maestro d’orchestra, chitarrista alle prese con lapsteel, sequencer e campionamenti. Filardo insomma riesce a fare sì che Maldestro possa cantare tutti i brani del suo ultimo lavoro discografico senza dover rinunciare ai magnifici arrangiamenti del disco e lo fa con partecipazione e passione, senza mai rubare la scena a nessuno (lui che sicuramente potrebbe), senza imporre nulla, ma aiutando Maldestro ad esprimersi per quello che è. Proprio Filardo abbatte quei “muri musicali” che potrebbero contenere le emozioni che Maldestro trasmette con quella sua voce così particolare e graffiante che sembra sempre rincorrere la corretta intonazione.

Maurizio Filardo

Fatto sta che Maldestro arriva diretto, per quello che è, un ragazzo innamorato della vita, entusiasta del suo lavoro, attento osservatore e cantautore da sempre.

Lo spettacolo inizia con i brani dell’ultimo disco “Tutto quello che ci resta”, “Che ora è”, “Tu non passi mai” per arrivare ad una divertente versione di “Dannato amore” dal primo disco “Non trovo le parole” volutamente cantata come quando Maldestro l’ha scritta, cioè come se fosse brillo.

Maldestro, tra un brano e l’altro, racconta spunti di vita e riflessioni che lo hanno portato a scrivere le sue canzoni, racconta del suo amore per Fossati e gli dedica una intima e sentita “Lindbergh”. Il suo sogno sarebbe quello di fare un duetto con Fossati, chissà se un giorno questo sogno non si avveri.

“Lindbergh” resta l’unica cover di uno spettacolo vario, che ci fa capire che siamo di fronte ad un nuovo cantautore che ha una facilità di scrittura rara, che ha già nel suo giovane repertorio tante potenziali hit, perciò non ci sono mai cali o momenti di stanca.

“Io non ne posso più” fa battere le mani al pubblico a tempo e i ritornelli cominciano ad essere cantati a voce più alta e non solo sussurrati.

“Prenditi quello che vuoi” ha una costruzione più difficile e dimostra quanto rodati siano i musicisti e sottolinea ancora il gran lavoro di Filardo e dello stesso Maldestro in fase di arrangiamento.

A dir la verità c’è anche una seconda canzone non scritta da Maldestro : “L’ammore o’ vero” e Maldestro decide di cantarla proprio insieme ai due suoi amici di sempre, e cioè Alessio Sollo (già con i The Collettivo) e Claudio Gnut che poi sono proprio gli autori del brano.

Alessio Sollo, Maldestro e Claudio Gnut

L’atmosfera è quella di casa, Maldestro è un perfetto ospite e il concerto diverte, molto.

Una magnifica interpretazione di “Sporco Clandestino” , canzone sveglia-coscienze sull’immigrazione (parla di un bimbo che ha perso il padre in mare , che ha paura di perdere la madre e i suoi sogni e che dopo un lungo viaggio non trova braccia aperte ad attenderlo) è uno dei momenti più intensi del concerto. L’interpretazione è rabbiosa ed è un crescendo che raggiunge un buon livello di intensità emotiva.

Poi arriva il momento di “Arrivederci allora”, “Canzone per Federica”, “Abbi cura di te” e si va così verso il finale.

Maldestro si porta a casa un simpatico video selfie come ricordo della serata…

 

e viene il momento dei bis.

Ben 4 bis, tra cui due canzoni inedite, una dedicata ad un suo caro amico Giovanni (che è anche il titolo della canzone) con cui Maldestro è cresciuto  e la seconda all’amore tra Diego e Frida (Rivera e Kahlo): le due canzoni le esegue in solitudine alla chitarra, ormai siamo a casa di Maldestro e lo ascoltiamo con piacere, ci sentiamo un pochino meno preoccupati di dover apparire e quasi orgogliosi dei nostri difetti.

Rientra la band sul palco per “Lucì”, intensa ballata d’amore ed uno dei brani più dolci e si chiude con “L’operaio sopra al tetto del comune”, brano più vicino a Gaber che a Fossati e che ha fatto conoscere Maldestro al grande pubblico già prima di Sanremo e che lo catapulta in piazza San Giovanni a Roma dove anche quest’anno sarà uno dei protagonisti del concertone del 1 maggio.

Maldestro è una realtà ormai, le sue canzoni sono ancora più belle dal vivo grazie ad una intensa emotività che la sua voce porta naturalmente con sé. Inoltre, è simpatico, è vero e vien voglia di perdonargli tutto, di abbracciarlo e ringraziarlo per aver dimostrato con i fatti che essere sé stessi è una scelta coraggiosa, ma la migliore che si possa fare.

Philip Glass

Philip Glass si è classificato al 9 posto tra i top 100 geni viventi in una classifica redatta dal quotidiano inglese “The Telegraph” nel 2007

A distanza di 10 anni da quella classifica Glass probabilmente scalerebbe ancora qualche posizione, fosse anche solo perché, a 80 anni compiuti, continua a proporre la sua musica  ed è ancora tra noi.

Riassumo la vita di Glass alla sua maniera: un genio minimale.

Glass poi, oltre che musica sinfonica, ha composto magnifiche colonne sonore ed è entrato in contatto col mondo del pop rock grazie a collaborazioni con David Bowie, Brian Eno, Ravi Shankar, Laurie Anderson.

E’ proprio grazie a queste sue collaborazione che ho incontrato Glass.

Laurie Anderson e Philip Glass
Laurie Anderson e Philip Glass

Ho conosciuto Philip Glass alle prove di un concerto a Ravello nell’estate del 2015 insieme a Laurie Anderson.

Glass è un uomo di poche parole, si muove lentamente, si vede che è Buddhista e che ha un approccio verso le cose e le persone inusuale. E’ come se guardando ogni cosa lui cominciasse da dove non comincia nessuno. Beh, Glass ha anche conosciuto il Dalai Lama. La sua musica è proprio specchio della sua personalità, non c’è alcun dubbio.

Mi ricorda una gigantesca tartaruga saggia, che usa come guscio la coda di un pianoforte. Glass si muove lentamente e chi lo conosce bene mi dice che è imprevedibile.

Fatto sta che mi ritrovo seduto al suo fianco a cena, la sera delle prove generali. Naturalmente sono curioso di sapere cosa mai possa passare per la testa di un genio e mi limito a chiedergli se vuole altro vino o a passargli l’acqua.

La cena scorre serena e come prevedibile Glass sembra godersi il cibo, e non dice nulla per quasi tutta la serata.

 

Philip Glass davanti ad una foto di Guido Harari

All’improvviso, verso la fine della cena Glass si gira di scatto verso di me e mi dà una botta forte sulla spalla, quasi mi fa male. Lo fa per attirare la mia attenzione. Mi guarda dritto negli occhi e mi dice:        “Ma perché voi italiani fate i concerti così tardi la sera?”

Il genio mi aveva posto una domanda… aveva scelto me.

Con la stessa calma lo guardo dritto negli occhi e gli dico: “Forse perché a noi italiani piace cenare tardi e andare ai concerti solo dopo cena”

Glass: “Quindi ti rendi conto che domani ceneremo tardissimo dopo il concerto?”

Io: “Possiamo cenare noi prima e poi andare al concerto”

Glass: ” No, no, domani mattina facciamo yoga, poi facciamo un lungo brunch da me e Laurie e poi andiamo al concerto, ceneremo dopo, ok? Va bene?”

Io: “Ok”

La sera dopo cenammo alle 2 di notte, effettivamente Glass aveva ragione, sarebbe bello andare ad un concerto prima di cena, un concerto che finisca massimo alle 21.30 – 22, ci sarebbe così anche modo di andarci durante la settimana, magari subito dopo il lavoro. Qualche volta qualcuno ci ha provato, ma è stato quasi sempre un mezzo fallimento. Ma se il concerto fosse stato di Glass? Chissà…

La mia istantanea di Glass poggiata su un ritratto di Guido Harari

 

 

Il vinile e l’ascolto consapevole

L’ascolto consapevole: il vinile

Se ami davvero qualcosa non puoi non averne rispetto e io rispetto molto la musica. Avere rispetto della musica significa innanzitutto rispetto verso l’esecutore e l’autore, verso i musicisti, rispetto verso il progetto e quello che ci viene proposto.

Ecco, ogni disco per me è un progetto, che sia un 45 giri, un cd, una raccolta di file mp3 o un live album e un progetto non lo si può liquidare senza prima averlo compreso.

Anche una compilation (o in termini meno datati una playlist) è un esempio di progetto elementare, anche se la creiamo noi. Ad esempio per allenarmi meglio e avere più carica mentre mi alleno abbiamo una playlist energica, magari che duri un’ora e finisca contemporaneamente all’allenamento. Esempio più classico: l’ultimo disco dei Rolling Stones, Blue & Lonesome è un omaggio alle radici, al blues, sono tutte cover di brani meno noti che hanno influenzato e plasmato il suono della band. Nel disco c’è rispetto e amore, cultura e voglia di contribuire alla diffusione del blues. Se un disco come quello dei Rolling Stones lo ascolti sapendo queste cose rendi giustizia agli stessi autori perché comprendi le ragioni che li hanno spinti a farlo.

the rolling stones

Ecco, quando io ho tra le mani un disco mi viene naturale di volerne sapere di più, sono abituato così.

Dai 14 fino ai 18 anni (siamo nella seconda metà degli anni 80), ogni 15 giorni, dopo la scuola andavo a trovare la mia unica bisnonna che abitava vicino a Top Music al Vomero (Napoli), negozio di dischi che adesso non esiste più.  La mia bisnonna mi dava i soldi per comprarmi un 33 giri che io andavo a scegliere seguendo un rituale ben preciso.

Per prima cosa mi avvicinavo al banco del commesso di Top Music (un signore con occhiali e capelli grigio bianchi, di poche parole, non saprei nemmeno se definirlo gentile o meno, ma che più o meno esaudiva tutte le richieste che gli potevi fare) e sfogliavo con curiosità la vaschetta che conteneva tutte le novità del rock, hard rock ed heavy metal. Di fianco a questa vaschetta ce ne era una con i dischi più costosi perché rari, era la vaschetta “novità import”. I dischi import (stampe provenienti da altri paesi) erano o introvabili o ancora non disponibili perchè anticipavano la stampa italiana. Mica avevamo internet allora, al massimo qualche disco lo potevi comprare per corrispondenza con forme di pagamento decisamente complicate e tempi di consegna biblici. In terza battuta, andavo a curiosare in tutte le vaschette contrassegnate da lettere alfabetiche per vedere se mi era sfuggito qualcosa in passato o c’era qualche disco che oggi meritava una mia rivalutazione. Infine sceglievo due o tre vinili che chiedevo al commesso di farmi ascoltare. Di solito c’era la fila per poter ascoltare i dischi, c’era qualcuno che già aveva fatto questa richiesta e aspettavi il tuo turno. Per questo motivo non potevi chiedere di ascoltarne troppi e la scelta si limitava a due, massimo tre. Naturalmente in questa fase non puoi sapere nulla del progetto dietro a quel disco a meno che non hai già letto una recensione o un articolo, quindi fai una scelta emozionale, se quei due tre pezzi ti ispirano, lo compri.

Acquistato il vinile, correvo a casa, mi chiudevo nella mia stanza e a volume decisamente alto ascoltavo il disco. Non facevo nulla di diverso, cioè ascoltavo il disco. Non è che lo stereo suonava mentre ero al telefono o leggevo un giornale o ancora facevo esercizi o pulizie, no ASCOLTAVO IL DISCO. Se il vinile aveva un “inner” (carta interna alla copertina) con i testi e notizie, ancora meglio. Tenevo sempre la copertina e l’inner sulle gambe durante tutto l’ascolto del disco così davo una forma e una immagine al suono. Io volevo sapere tutto di quel disco. Quel disco lo ascoltavo e riascoltavo e se la mia scelta era sbagliata, dopo avere in tutti i modi provato a farmelo piacere, era una mezza tragedia, perché sarei rimasto 15 giorni senza novità.

 Voglio definire “ascolto consapevole” quello che ne viene fuori. Sono consapevole del processo creativo/progetto del musicista e il mio ascolto è appunto consapevole. Anche le emozioni cambiano nelle varie fasi di ascolto. La prima emozione, quella del primo ascolto, quella che regola la scelta di acquisto, è la più istintiva, il colpo di fulmine. Poi le emozioni cambiano, maturano insieme alla conoscenza che hai di quel disco, e devo dire che ancora oggi, a distanza di anni e di centinaia di ascolti certi dischi suscitano ancora nuove emozioni: una vera e proprio magia!

Poi, naturalmente, quando il disco ti piace tantissimo, ne vuoi sempre di più e cerchi di avere quante più informazioni possibili, a volte lo ricompri perché ci sono dei brani inediti o delle alt takes (versioni differenti dello stesso brano) o edizioni con nuove masterizzazioni.

Ecco, tutto ciò per dire che io voglio un ascolto consapevole e che la fruizione oggi della musica è irriguardosa verso i musicisti.

Così ho imparato ad avere rispetto della musica, ad amarla.

Lo sapete che dietro ad un disco c’è un lavoro pauroso? Magari un giorno chiederò a qualche amico produttore di raccontarcelo, ma vi assicuro che l’ispirazione e la scrittura di un brano rappresentano solo una minima parte di quel lavoro. Lavoro che le generazioni attuali, nate con l’mp3, snobbano o ignorano.

gli Osanna ottengono un buon risultato durante il mixaggio
gli Osanna ottengono un risultato soddisfacente durante il mixaggio del master

 La musica liquida (file scaricabili dal web) è per me una profonda mancanza di rispetto.

Già il cd aveva costretto molti musicisti ad allungare il progetto e i dischi concepiti per la stampa su cd avevano dei brani minori solo per esigenze di vendita.

Poi, con l’avvento della musica liquida è successo che non si è venuto nemmeno più a sapere alcune informazioni fondamentali, quali chi fosse l’autore del brano o i musicisti coinvolti. A volte incontro ragazzi che non sanno nemmeno chi è il cantante.

La musica liquida ha rischiato di uccidere la musica e gli ultimi dieci anni sono stati i più bui della storia della musica.

Davvero, sempre più spesso mi capita di sentire l’esperto di turno liquidare un progetto avendo ascoltato solo i primi 20/25 secondi di un brano. Vi capita mai di far ascoltare una canzone a qualche esperto che senza nemmeno arrivare al ritornello già esclama: nulla di nuovo, è già sentito, la musica è piena di canzoni così, è la fotocopia di Tizio. L’esperto liquida la musica che a sua volta è liquida. Che brutto, davvero!

Ma perché, quando guardi un film dopo tre minuti dici che è uguale ad un altro o hai già visto tantissimi film così?

Che tristezza!

Ma per fortuna, da un paio di anni a questa parte ci sono buone notizie. Sembra che i nostalgici del vinile, quelli come me che hanno una certa curiosità, rappresentino una nicchia di mercato interessante!!!

Quelli del marketing delle grosse multinazionali se ne sono accorti e se oggi andate su Amazon trovate una sezione dedicata ai Vinili; i vecchi dischi dalle cantine sono tornati in salotto e addirittura alcuni artisti si sono reimpossessati della loro dignità e hanno cominciato a riproporre progetti senza l’ossessione di fare da colonna sonora a una tariffa di un gestore telefonico o di diventare suoneria di un cellulare.

Ma ve li riuscite ad immaginare John Lennon e Paul McCartney che si siedono al pianoforte con l’intenzione di comporre una musichetta fighissima che consenta ad un coglione con un cappellino di fare un balletto che faccia venire voglia di cambiare gestore telefonico? Ma che progetto artistico è?

 Ps.: ci sono irriducibili che hanno tenuto duro durante questi anni bui e hanno portato avanti l’amore per la musica e per il vinile. Cito, ad esempio, il mio amico Nicola Iuppariello che dopo avere fatto un libro sui collezionisti, ora sta realizzando con il crowfunding un docufilm proprio sul vinile “Vinilici il film” (qui le info sul progetto https://it.ulule.com/vinilici-film/ ) oppure alcuni negozi di dischi che hanno superato la burrasca come Buscemi, Carù, Millerecords, Tatto Records e altri.

Nick Drake

Nick Drake

E’ sera tardi, non è il caso di tenere il volume alto dello stereo e così scelgo di mettere le cuffie e sul piatto del giradischi i tre lp della splendida raccolta Fruit Tree della Island del 1979 con tutte le canzoni che Nick Drake ha composto e ha potuto farci conoscere.

E allora mi viene voglia di parlarvi proprio di Nick Drake.

Nick Drake è nato nel 1948 ed è morto nel 1974, per pochi mesi non è riuscito ad entrare nel “Club dei 27” (Jimi Hendrix, Janis Joplin, Kurt Cobain, Jim Morrison, Amy Winehouse…) e non è così popolare. In effetti non può essere ricordato nemmeno facendo questa ricerca.

In vita non ebbe successo, proprio per nulla e quando i genitori preoccupati notarono la sua progressiva depressione, si rivolsero ad un bravo psichiatra che gli prescrisse delle pillole. Furono proprio le pillole ad ucciderlo. Una notte del novembre del 1974 Nick ne prese troppe e non si alzò mai dal letto. Errore o scelta consapevole? Io dico errore, perché Nick si era ridotto in uno stato tale di depressione da non poter nemmeno capire le conseguenze di assumere così tante pillole, sono convinto che lo fece per stare meglio e non per farla finita.

Ma vediamo chi era Nick Drake.

Nick nasce in una famiglia agiata, colta e ricca, vive nella campagna inglese, a scuola da bambino va fortissimo e riesce in tutto quello che fa, dallo sport allo studio e naturalmente nella musica. E’ però un introverso, un taciturno, Nick parlava davvero poco. Ecco che da adolescente comincia a stargli stretto il suo mondo e passa la stragrande maggioranza del suo tempo chiuso nella sua camera a comporre con la chitarra e a fumare canne, quasi sempre in solitudine. Riesce ad andare avanti al college sempre col minimo dei voti e facendo il minimo sforzo, fin quando non arriva la grande occasione, il colpo di fortuna. Viene scoperto da Joe Boyd, uno che di talenti se ne intendeva e che da lì a poco avrebbe venduto la sua casa di produzione insieme al contratto di Drake alla Island Records. Boyd ha contribuito alla crescita dei Pink Floyd, per dirne una.

1969 Keith Morris
1969 Keith Morris

Joe Boyd vede in Nick Drake un potenziale enorme e punta moltissimo su di lui. Siamo nel 1969, Nick era diventato un mostro con la chitarra acustica e le sue canzoni erano magnifiche.  Esce il primo disco di Nick, “Five leaves left” ed è un capolavoro. Boyd è sicuro che il disco avrà un enorme successo e prepara il tour e la promozione. Purtroppo il disco vendette pochissimo, e il tour fu un fallimento totale, venne annullato dopo alcune date. Purtroppo Nick suonava come va di moda oggi, solo che siamo nel 1969 dove la gente che andava ai concerti voleva vedere uno show, voleva divertirsi e sfogarsi, invece Nick si chinava sulla sua chitarra, non guardava nessuno in faccia, e in solitudine cantava di paesaggi astratti, di natura, di crisi esistenziali, di risposte da trovare e di strani personaggi a cui consegnare le proprie paure, come l’uomo del fiume (River Man). Se Nick si comportava così in concerto, figuriamoci poi con le interviste che disastro.

Il tour fu annullato, il giovane Nick ebbe la controprova di essere incompreso e il suo magnifico “Five leaves left” divenne un disco dal titolo profetico. Mancano cinque cartine (era la scritta che compariva sul pacchetto quando appunto erano rimaste le ultime cinque cartine) e a Nick da quel disco sarebbero rimasti solo 5 anni di vita. Nick aveva 21 anni ed era un genio incompreso, protetto dalla sua famiglia e anche dal suo produttore.

Il produttore però non si arrese, non riusciva a capacitarsi del perché un così bravo musicista non abbia il successo che merita e così ci riprovò, ancora più in grande. “Bryter Layter” il secondo disco del 1970, questa volta con più strumenti e con arrangiamenti ancora più curati. Stessa storia, un insuccesso commerciale clamoroso. Fu allora che Boyd abbandonò Nick, lo abbandonò a 23 anni. Nick era troppo avanti, troppo maturo per la sua epoca, troppo lontano da quello che la gente voleva.

Insomma, un genio, ma terribilmente chiuso in sé e con una visione del mondo tutta sua. Nick non ha una seconda pelle, non sa mentire è così come lo ascoltate, non ha proprio nulla della rockstar, anzi! E’ un bravo ragazzo, talentuoso, che ha paura di non valere e che è morto in casa dei genitori, lui da casa di mamma e papà non è mai veramente uscito. Anzi, nel 1969, nel momento in cui divenne un musicista professionista uscì da quella casa ma per andare a Londra a vivere dalla sorella Gabrielle che è un’attrice. Ma anche questo suo passo immagino sia stato concordato con i genitori.

Non è una verità ma è la mia impressione: io credo che Nick Drake lo abbiano ammazzato la sua famiglia e la paura del fallimento. Anzi ascoltando le sue canzoni ne sono sempre più convinto. Sì perché la mamma di Nick era una brava pianista e componeva delle canzoni e la famiglia non faceva altro che esaltarne le doti. La sorella di Nick, Gabrielle era molto bella ed era un’attrice. Il padre un ingegnere di successo che permetteva a tutta la famiglia di vivere agiatamente. E Nick? Bravo, ma così strano e chiuso.

Nel 1972 Nick è depresso, solo e decide di registrare in poche ore un disco in piena solitudine, l’ultimo LP della sua vita “Pink Moon”. Stavolta fa tutto da solo insieme al tecnico del suono, si dice in una notte, in sei ore e senza dire nulla a nessuno. La mattina il disco fu appoggiato sulla scrivania del produttore. Ed è il terzo capolavoro, forse il disco che gli somiglia di più. Ormai Nick non parlava quasi più e i suoi testi si fanno ancora più ermetici, i paesaggi ancora più bucolici, le angosce quasi incomprensibili. Pink Moon è un altro insuccesso… non c’è due senza tre.

Nick torna in campagna, a casa di mamma e papà e due anni dopo muore nel suo letto senza che nessuno se ne accorga. La mamma andò ad aprire la porta della sua camera perché era quasi mezzogiorno, ma lui era morto, non stava dormendo.

Ecco stasera voglio anche io, nel mio piccolo, fare sapere a Nick Drake che io lo voglio capire, che io lo ascolto e non gli dico cosa è giusto e cosa è sbagliato. Voglio dirgli che mi interessa la sua natura e non quello che sarebbe potuto diventare, stasera siamo io e Nick a condividere le nostre solitudini, e a trarne il meglio mentre la luna si fa rosa.

NOTE: Sto ascoltando la raccolta “Fruit Tree – The Complete Recorded Works” che è bellissima che raccoglie tutti e tre i dischi di Nick Drake più le sue ultime quattro registrazioni che pare Nick abbia registrato a fatica in quanto incapace di cantare e suonare nello stesso tempo a causa della depressione.

Il cofanetto ha un libretto con foto rare e tutti i testi.  L’edizione che ho tra le mani è la prima edizione italiana del 1979 e suona in maniera divina.

 

 

Michael Bolton

Quella volta che incontrai Michael Bolton

Michael Bolton è un cantante americano che avevo conosciuto a metà degli anni 80 come uno dei principali esponenti dell’AOR. L’AOR, acronimo di Adult Oriented Rock, è un sotto-genere musicale del rock, un rock ammorbidito, con uso di tastiere, dove le melodie sono predominanti, qualcuno lo definì hard pop.

L’AOR era un genere popolare mentre oggi non ne sento parlare proprio più, non conosco nuove band AOR, visti i tempi probabilmente non ha più ragione di esistere.

I principali esponenti erano i  Toto, i Boston e i Journey, e la voce più importante era proprio quella di Michael Bolton.

Cosa aveva di particolare l’AOR? Innanzitutto erano tutte canzoni che potevano essere trasmesse dalle radio senza per forza trovarci in una trasmissione rock, passavano anche in trasmissioni radiofoniche generiche. La parte del leone la faceva la melodia, le chitarre avevano ruoli meno predominanti e i musicisti erano dotati di grande tecnica e pulizia, senza mai strafare.

Anche le voci erano importanti, arrivavano in alto, erano meno graffianti e più dolci. Sarà per il genere più mollo, sarà per i capelli cotonati, sarà per quel tipico sound anni 80, ma a me pareva di ascoltare Rod Stewart finalmente liberatosi del catarro che gli impediva di far esplodere la voce.

Ecco Michael Bolton era un po’ il re dell’AOR, ma a lui questa cosa stava stretta. Sì, così decise di dare libero sfogo alle sue vere radici e abbandonò il rock per darsi al soul e alla musica americana (e anche qui l’analogia con Rod Stewart sembra funzionare).

Così il suo principale successo fu una cover, la romanticissima When a Man Loves a Woman di Percy Sledge. La versione di Bolton gli permise addirittura di guadagnare un Grammy Awards e di affermarsi in tutto il mondo come una delle più belle voci di sempre.

Ma, siccome Michael Bolton è anche un bell’uomo, alto, elegante con un fisico muscoloso, canta canzoni romantiche, divenne immediatamente un sex symbol entrando prepotentemente nei cuori di tantissime donne.

Nel 1996 conquista l’Italia arrivando come super ospite di Pippo Baudo a Sanremo: fu una delle rarissime volte nella storia di Sanremo in cui ci fu il bis, Bolton cantò la canzone due volte. Ma il suo pubblico non era fatto di teenager, bensì di donne più mature. Fu così che milioni di casalinghe senza esitare tolsero lo scettro del più bello ad un ormai dimenticato Julio Iglesias.

Bolton era perfettamente dentro questo suo status di uomo romantico ma sicuro, dell’interprete della canzone con la C maiuscola e fu definito addirittura tenore, cantando Nessun Dorma con Pavarotti.

Poi è un generoso, fa anche beneficenza, ha una fondazione che si occupa dei poveri, insomma un perfetto principe azzurro.





In una sera di Luglio del 2013 vado a fotografarlo in un suo concerto a Napoli (le foto che vedete in questo post sono di quel concerto) al Castel Sant’Elmo, una magnifica location per un concerto estivo, nel piazzale del Castello, con una vista mozzafiato sul golfo di Napoli e con un venticello rinfrescante. Lo stesso Bolton è contento di trovarsi lì ma mai quanto il suo pubblico fatto per la quasi totalità di donne mature disposte a tutto pur di essere portate via dal bel Bolton.

Ebbene, vi assicuro che per un fotografo di concerti è molto più facile scattare ad un concerto di trash o death metal piuttosto che al concerto di Michael Bolton.

Una ressa paurosa, Bolton aveva due guardie del corpo di colore, enormi che non consentivano a nessuno di avvicinarsi e ristabilivano a fatica l’ordine.

Io, oltre a fotografare con attrezzature professionali e con obiettivi importanti, porto sempre con me, ad ogni concerto, una macchina istantanea a pellicola, una di quelle che cacciano direttamente la foto, come le vecchie Polaroid. Lo faccio da sempre e chiedo al management che mi ha concesso il pass se è possibile fare una di queste fotografie all’artista. Appena scattata la foto, poi la faccio autografare all’artista. Resta così una foto unica, non replicabile che conservo con piacere come un piccolo cimelio. C’è chi si fa fotografare con l’artista, chi chiede l’autografo, io invece voglio un ritratto autografato all’istante, un instant shot. Sono fotografie senza alcuna pretesa, davvero tecnicamente poco credibili, ma soprattutto scattate con una macchina fotografica che decide da sola cosa fare, se mettere a fuoco o no, se esporre o meno, se bilanciare o meno il bianco, addirittura a volte finisce per bruciare la foto senza alcun apparente motivo. E’ una macchina che costa poco più di 50 euro e che non ha nessuna possibilità di controllo da parte del fotografo.. ma a me piace così, voglio una foto UNICA, non replicabile, voglio un ricordo. In questo blog ne vedrete tante di queste foto perché ne ho una grande collezione.

Il tour manager di Bolton ascolta la mia richiesta e mi dice che mi avrebbe fatto sapere a fine concerto ma che il Sig. Bolton aveva già espresso il desiderio di non vedere nessuno.

Il concerto finisce dopo tre bis e mi ritrovo, insieme a qualche giornalista, a qualche collega fotografo ma soprattutto in mezzo a centinaia di scatenate casalinghe inesauribili davanti ai camerini di Bolton ad aspettare il responso del tour manager.

Il tour manager esce dopo circa dieci minuti e urlando dice: il sig. Bolton vuole vedere solo il tipo delle polaroid, ne vuole una, tutti gli altri possono andare a casa, giornalisti compresi.

Il tipo delle Polaroid ero io, e in quel preciso istante mi sono ritrovato sommerso dalle fans che mi facevano richieste tipo “Ti prego dagli questo da parte mia” “Ti supplico, portami con te e dici che sono la tua assistente” “Puoi dire a Bolton che io lo amo?” e via dicendo… Un incubo durato quasi un’ora e mezza perché il Sig. Bolton è un perfezionista e fa aspettare.

Dopo il concerto tiene un meeting con i musicisti e analizza cosa è andato e cosa no, poi si rilassa (tecniche orientali) si doccia e si cambia d’abito per fare la polaroid.

Finalmente entro nel camerino, lo saluto, lo ringrazio mi complimento e gli dico che il suo è un bellissimo spettacolo e che la signora Anna che ho appena conosciuto vuole fortemente fargli sapere che lo ama e che ci sono tanti regali per lui lì fuori, soprattutto gastronomici.

Bolton mi sorride e mi dice: “allora, siamo qui per fare una foto istantanea, sono vestito bene?”

E io: “sì, certamente, elegante e semplice”

Bolton: “bene, cosa farai di questa foto?”

Io: “la esporrò insieme ad altre nell’ambito di una mostra sul Rock che si terrà qui a Napoli” (la mostra era Rock e il posto era il PAN – Palazzo delle Arti)

Bolton assunse una posa di routine e mi chiese di scattare…

Io scattai la mia foto, la guardai, era buona e chiesi di autografarla.

Lui non la firmò e disse: “Uhm, non credi che la luce di taglio non si presti? Forse se rivediamo la composizione e sfruttiamo le luci qui sul muro meglio abbiamo una foto migliore, anche come prospettiva, non pensi?”

Io: “Sì certo, che problema c’è, rifacciamola, anzi ne scattiamo altre due così scegliamo la migliore”

Bolton si dedicò moltissimo a scegliere la posizione, naturalmente per me la prima che a lui non era piaciuta era già perfetta, aveva già tutto quello che cercavo. Invece no…

Scatto altre due, naturalmente quasi identiche e Bolton le guarda a lungo, fin quando soddisfatto mi guarda e dice: “Ecco! Questa è buona davvero, le luci sulla destra sembrano una composizione astratta a parte e il mio volto è bene illuminato e anche i colori sembrano più naturali!”

Io: “Bene Bolton, grazie, la puoi autografare? E poi, posso dirti una cosa?”

Bolton: ” Ma certo”

Io: “My dear, dovevi fare il fotografo, non il cantante!”

Bolton rise, di cuore… avrebbe pure potuto chiamare i buttafuori, ma fu gentile, forse sapeva che io avrei potuto aprire la porta del camerino e liberare le fans.