Fabrizio Poggi, bluesman

Intervista e shooting nel salotto di RicPic

Il blues è musica americana suonata dagli americani principalmente per americani. Sì, ci sono stati gli inglesi che l’hanno importata,modellata e diffusa in Europa, l’hanno trasformata in british rock e l’hanno fatta loro  e ce l’hanno fatta conoscere, ma non nascono bluesmen, cioè non nascono in una piantagione di cotone cantando delle loro sofferenze.  Poi c’è Voghera, una città piuttosto anonima in provincia di Pavia.  E cosa c’entra? Beh, a Voghera nasce e vive Fabrizio Poggi, 20 dischi, 2 libri, decine di collaborazioni e un amore per il blues incondizionato. Fabrizio è oggi il più conosciuto tra i bluesmen italiani negli Stati Uniti. Non solo perché Fabrizio ha appena ricevuto una nomination ai Grammy Awards insieme a Guy Davis per il magnifico disco-tributo a Sonny Terry e Brownie McGhee, ma soprattutto perché tantissimi musicisti di blues hanno voluto dividere il palco con lui e utilizzare la sua armonica. Il motivo non è solo tecnico, cioè, per carità, Fabrizio l’armonica la suona davvero bene, ma è principalmente questione di empatia.

Fabrizio Poggi nel salotto/studio di RicPic

Fabrizio, quando suona il blues, si trasforma, diventa trasparente, si dona e ci fa vedere principalmente tre cose: la meraviglia dei bambini, l’amore per il blues e la gioia di condividere.

Tutto ciò glielo leggi nella gestualità e nei suoi occhi. Fabrizio, come se niente fosse, rimuove qualsiasi barriera e getta la sua anima senza alcun velo al pubblico. Bello guardare il sorriso di Angelina (la sua compagna di vita, manager e angelo custode) che, conoscendo perfettamente la trasformazione di Fabrizio, sembra voler dire: visto il mio uomo di cosa è capace? Lì c’è tutto, c’è tutto quello che una coppia deve avere e tutta l’essenza della musica di Fabrizio.

 

Fabrizio abbraccia una spettatrice durante un assolo allo scorso Campania Blues, luglio 2017

Ora, poiché  siamo in Italia e, per cultura, abbiamo costruito delle barriere tra musica e pubblico, tra musicisti e fruitori e non siamo abituati a ricevere certi doni, non riusciamo a comprendere davvero il blues come musica e come genere. Siamo lontani, troppo, così come credo che nel Mississippi nessuno comprenderebbe Jovanotti, ma quest’è!

Perciò Fabrizio parla una lingua lontana da noi ma ben nota ai bluesmen. Naturale quindi che lo accolgano tra loro e che Fabrizio finisca per ricevere consensi e onorificenze più in terra straniera che in patria.

Qualche mese fa Fabrizio e Angelina sono venuti al mio studio e abbiamo trascorso un weekend napoletano. Oggi ci siamo sentiti e Fabrizio si è raccontato in questa generosa intervista che mi ha rilasciato.

Fabrizio, tra tanti strumenti perché proprio l’armonica?

Credo che sia stata l’armonica a scegliere me. Non è stato il primo strumento che ho cominciato a suonare “seriamente” (anche se un’ armonica in tasca ce l’ho sempre avuta  sin da piccolo). A quattordici anni cominciai a lavorare in fabbrica. Un giorno un amico mi prestò il primo disco dei Santana e qualcosa dei Weather Report. Rimasi folgorato da quei ritmi e così decisi di suonare le percussioni. All’epoca seguivo con interesse anche ciò che facevano a Napoli musicisti come Toni Esposito e Karl Potter. Con i soldi messi da parte del mio misero stipendio di operaio mi comprai un paio di percussioni per poi accorgermi con mia grandissima delusione che nelle cantine e nei garage la musica che andava per la maggiore in quegli anni era l’hard rock e che quindi di me non sapevano che farsene. Potevo al limite suonare il tamburello. Ma l’idea non mi attraeva granché. Vendetti tutto e durante il servizio militare imparai a suonare la chitarra. Fu l’unica cosa che imparai in quello che fu sicuramente un anno buttato via. All’epoca mi piacevano soprattutto i cantautori italiani e quelli americani. Poi un paio di anni dopo scoprii la chitarra jazz e il grande Wes Montgomery e così mi esercitavo appassionatamente tutte le notti per suonare, almeno un po’ come lui. Un brutto incidente in fabbrica mi lesionò la mano destra e dovetti abbandonare la chitarra. Fu un momento di estrema  tristezza. Sembrava che il mondo mi fosse crollato addosso. Un’armonica che avevo in un cassetto e che avevo usato per suonare le canzoni di Bob Dylan e di Neil Young mi venne in soccorso e mi aiutò molto in quel periodo. Non ero un ragazzino, avevo già ventotto anni e lì scoprii quasi senza rendermene conto che l’armonica e il blues erano la lingua più naturale per esprimere ciò che non riuscivo a dire con le parole. E che quindi, come si dice, non ero stato io a scegliere lo strumento, ma lo strumento a scegliere me.

Fabrizio con la sua Honer

Il tuo armonicista preferito?

Cambio sempre. In ogni intervista ne tiro sempre fuori uno nuovo. Non lo faccio apposta. E’ così da sempre. In questo periodo dovrei dire Sonny Terry che è stato davvero di grande influenza sul mio modo di suonare l’armonica. Oppure Paul Butterfield che è stato il primo armonicista che ho visto suonare blues dal vivo (seppure in un film) e quell’esperienza come ho già detto tante volte mi ha cambiato davvero la vita. Chiunque suoni l’armonica diventa il mio armonicista preferito.

Un musicista con cui avresti voluto suonare almeno una volta (non importa se vivo o morto).

Anche in questo caso è difficile dare una risposta netta e precisa. Potrei dire Muddy Waters o Bob Dylan perché entrambi, pur senza saperlo, hanno fatto molto per me. Ma è difficile… Duettare con Son House o Mississippi John Hurt non mi dispiacerebbe. E chissà come suonerebbero i ventinove brani di Robert Johnson se fossi stato in studio con lui il giorno che li ha registrati?

Suoni qualche altro strumento? Quale ti piacerebbe suonare?

Suonare è un termine sempre un po’ impegnativo. Diciamo che strimpello la chitarra, l’ukulele e l’armonetto una specie di organetto che mi sono fatto fare “su misura” e che posso suonare solo io. Certo come ogni musicista in un negozio di strumenti musicali mi sento eccitato come un bimbo a Disneyland e la batteria e le percussioni mi attraggono sempre tantissimo. Un giorno qualcuno mi ha detto che ho un modo di suonare l’armonica piuttosto percussivo. Ora sapete perché.

Mi racconti della tua prima volta sul palco?

Sono passati così tanti anni… ma lo ricordo ancora. Come se fosse ieri. Fu un po’ come cantava Finardi nella sua canzone “L’amore non è nel cuore”. Cito a memoria le parole dell’amico Eugenio: “La prima volta che ho fatto l’amore non è stato un granché divertente, ero teso, ero spaventato, era un momento troppo importante. Da troppo tempo l’aspettavo, e ora che era arrivato non era come nelle canzoni, mi avevano ingannato…” Fu bellissimo e travolgente. Recentemente ho rivisto alcune foto di quella sera. Quanta tenerezza. Non so come suonavamo. E preferirei non venirlo a sapere mai. Ricordo che le ragazze mi ricoprirono di lodi, di baci e di sorrisi… Mi dissi che avrei dovuto farlo ancora. L’amore o la musica? Entrambi.

Fabrizio al Campania blues, luglio 2017

La tua prima volta con uno dei tuoi idoli?

Il tutto è stato faticoso e incredibile ma anche molto naturale. Forse perché è avvenuto poco alla volta, senza bruciare le tappe. E tutto è avvolto tra sogno e realtà come nelle favole. A volte fatico a credere a tutto ciò che mi è successo: Garth Hudson di The Band che a fine sessione mi chiede se sono soddisfatto di ciò che ha suonato altrimenti nessun problema a rifarlo; oppure i Blind Boys of Alabama che mi chiamano brother, fratello… Quello che ricordo sin dall’inizio ovvero dalla metà degli anni Ottanta è che in America (che non è il Paradiso, intendiamoci) ho trovato un ambiente musicale aperto, generoso e solidale e persone piene di entusiasmo, ardore e talento che mi hanno aiutato ad esprimermi al meglio. Da quei musicisti che erano stati i miei eroi e che ora mi trattavano come uno di loro ho imparato tante cose e  non solo a livello musicale. E incredibilmente questo è successo non sul palco ma nel backstage, dietro le quinte. Ascoltando quei musicisti raccontare le loro storie anch’io sono cresciuto. E, ripeto, non solo come musicista ma anche come essere umano. Lì ho capito che ognuno ha la sua storia, che ognuno ha il suo percorso, che la musica ha a che fare con le emozioni e che quindi mal si sposa con la competizione ad ogni costo. Ho imparato ciò che loro apprezzano, e cioè ad essere me stesso, a non cercare di imitare qualcun altro. “Ognuno di noi è diverso Fabrizio. E quindi unico. E tu lo sei”. Questo mi dicevano i miei eroi.  Con tutto il rispetto per le tante persone che mi hanno aiutato anche da noi, negli States mi hanno insegnato qualcosa che non si può davvero insegnare. E cioè a credere in se stessi al punto da riuscire a fare dei propri i limiti e dei propri difetti il proprio stile. Lì ho imparato che per suonare il blues e connettersi con gli altri bisogna essere ricchissimi. Dentro.

Eric Bibb, Fabrizio Poggi e Guy Davis, Liri Blues Festival 2016

Suoni e canti principalmente seduto, perché?

Ho cominciato a suonare seduto perché ero più comodo con l’organetto. Il “tira e molla” del mantice mi sembrava meno complicato. E poi così potevo acchiappare al volo una delle mie armoniche appoggiate su un tavolino. Poi mi sono accordo che lo stare seduto cambiava il mio rapporto con il pubblico. In meglio. Raccontare storie, cantare, suonare mi veniva (e mi viene) più naturale. E poi ho sempre considerato il blues una musica folk, anzi l’unica vera musica folk americana, e non ho mai visto nessuno dei vecchi bluesmen, i miei maestri, suonare in piedi. Ve lo immaginate John Lee Hooker che suona in piedi? E oggi a sessant’anni di cui una buona parte passati in fabbrica, due ore in piedi cominciano a farsi sentire. Ma sono uno dei pochi bluesmen al mondo a riuscire a ballare forsennatamente rimanendo seduto quindi… Il sudore è comunque assicurato. E senza sudore non c’è anima.

Con Guy Davis hai un sodalizio artistico vincente e più che consolidato, avete due album insieme e tantissime date. Avete già nuovi progetti?

Siamo ancora talmente in corsa con il progetto dedicato a Sonny Terry e Brownie McGhee da non avere il tempo materiale per riuscire nemmeno a pensare a nuovi progetti…

Grammy Awards: com’è mettere lo smoking e sedersi tra i nominati?

Naturalmente io non ho messo lo smoking. Il vestito elegante d’ordinanza per i bluesmen è uno e uno solo: quello dei Blues Brothers. Loro l’hanno definito qualche anno fa e non c’è motivo di cambiare. Io ho solo sostituito la cravatta nera con il farfallino. A parte gli scherzi essere seduti lì è emozionante. E come tutte le emozioni anche queste sono difficili da spiegare a parole. Sono ancora confuso e frastornato. Ancora non me ne rendo conto. E’ come se fossi appena sceso da un ottovolante. I Grammys in America sono davvero un evento gigantesco e al di là di tutte le polemiche sul business, sul glamour, il circo mediatico delle grandi star, e le prevedibili  polemiche su chi avrebbe meritato di vincere e chi no, la manifestazione è davvero e soprattutto una grande festa della musica. Di tutta la musica, in ogni suo genere e espressione. Certo se non si è una grande star le luci del Madison Square Garden e il tappeto rosso su cui si cammina e dove sei quasi assalito da  fotografi e troupe televisive può far davvero girare la testa. Io davvero, (e scusate se mi ripeto) non mi sono ancora ripreso. O perlomeno non l’ho ancora realizzato. Ero così emozionato che ad un certo punto sul red carpet per calmarmi mi sono messo a suonare l’armonica. Comunque in uno stadio blindatissimo da polizia in assetto di guerra e monumentali guardie del corpo delle grandi star che apparivano e sparivano come fossero creature evanescenti, i “lavoratori della musica” quelli “veri”, “quelli come noi” erano tutti stretti in un grande abbraccio.

Ora c’è anche la nomination dei Blues Award, riparti per gli States?

Si, agli inizi di maggio sarò di nuovo negli States. Guy Davis ed io siamo candidati ai Blues Awards per il miglior disco dell’anno per la seconda volta. Wow! E Guy è anche candidato anche come miglior artista acustico dell’anno. Sarà anche questa, come lo sono stati i Grammys,  un’ occasione unica per celebrare in maniera più specifica la musica che ci ha rubato il cuore e un’ opportunità per rivedere tanti amici. Al di là della cerimonia ufficiale il bello di questi eventi è l’atmosfera di assoluta fratellanza musicale. Una cosa che mi commuove sempre. Forse perché vengo da molto lontano. In tutti i sensi. E poi nascono queste jam sessions improvvisate tra grandi musicisti che non vedi da nessuna altra parte . Ed è sempre bello e gratificante trovarsi a suonare accanto a qualcuno che fino a ieri era soltanto un eroe, uno che ammiravi da lontano, e che ora è diventato un importante compagno di avventure. A volte un amico dentro un sogno che continua.

Angelina è la tua forza, lei ti sostiene ed accompagna sempre, in tutte le tue avventure. C’è qualcosa che vorresti fare tu per lei?

Credo che Angelina sia una persona estremamente generosa. Una di quelle persone che amano donare agli altri senza chiedere nulla in cambio. Il nostro rapporto è uno scambio continuo. Il lavoro di uno inizia dove finisce quello dell’altro. Senza limiti o confini di alcun tipo. Sempre con tanto rispetto. Quando ho conosciuto Angelina, tantissimi anni fa, lei non sapeva volare. Non c’aveva nemmeno forse mai provato. Ora è la persona con le ali più grandi che io conosca. Penso che il restare sé stessi con coraggio e coerenza e nel contempo donare la propria vita alla persona con cui si percorre l’esistenza sia tra le cose più belle che un uomo o una donna possano fare per i loro compagni di vita. E’ una cosa difficile e bisogna lavorarci sopra. Ma l’amore è questo. Nulla di meno e nulla di più. Ogni giorno ci regaliamo un giorno in più del nostro viaggio insieme. A lei qualche anno fa ho scritto e dedicato una canzone che credo sia ancora attuale e che la dice lunga sulla nostra storia. Angelina è la persona che auguro a tutti di incontrare nella vita. Auguro a tutti di incontrare un’ Angelina o un Angelino che, come canto nella canzone, quando vi perderete nella vostra vita, e a volte capita, vi riporta  a casa, come sempre.

Angelina mi ha aiutato a venire fuori da un buco nero in cui ero caduto qualche anno fa e  mi è sempre stata vicino nei miei progetti. L’idea del disco che mi ha portato ai Grammys è tutta sua. D’altronde chi conosce un po’ la mia storia sa che molte cose che mi sono accadute in questi anni non sarebbero successe senza il “magico” intervento di Angelina. E’ una canzone per tutti coloro che ci sostengono nei momenti difficili e ci aiutano a realizzare i nostri sogni. E io so che sono tanti. Ne sono sicuro.

E so anche che c’è un Angelina o un Angelino per ciascuno di noi.

Io sono stato fortunato. Io l’ho trovata la mia Angelina. My little Angel.

Fabrizio ed Angelina

Se potessi ricominciare daccapo, cosa cambieresti?

Nulla. Anche se più passa il tempo e più mi rendo conto di essere probabilmente nato nel posto sbagliato. O forse no… Forse sono diventato quello che sono proprio perché sono nato qui. Nel posto sbagliato.

Mi consigli un disco di blues e uno non di blues?

Domanda difficile visto che non sono così aggiornato sulle ultime uscite. “Folk singer”di Muddy Waters e “Freewheelin” di Bob Dylan sono dischi che consiglio da sempre perché raccolgono, almeno in parte, molta dell’essenza della musica Americana degli ultimi cent’anni. E’ più o meno da lì che sono partito anch’io.

Fabrizio Poggi al Campania Blues

 Sei stato qui a Napoli e nel mio studio/salotto, impressioni?

A Napoli ho visto il blues camminare nei vicoli, ballare sui marciapiedi e nascondersi dentro ai portoni. E poi ho avuto nella tua persona un Virgilio davvero speciale che mi ha fatto vedere l’altra Napoli, quella che spesso non balza agli onori della cronaca perché forse è troppo bella e farebbe sfigurare altri luoghi. Credo che Napoli sia vittima di troppi stereotipi ma che sia una città vivissima sotto il punto di vista culturale. Molto più di  altre città di cui magari si parla maggiormente. Il tuo studio/salotto ha odore di casa, profuma d’arte, familiarità e poesia. E si fa apprezzare ancora di più anche per la dolce, colta e garbata presenza di Valeria preziosissima e affascinante padrona di casa.

E come dice sempre Fabrizio: Chi non ama il blues ha un buco nell’anima”

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